Succederà a Riad, sotto un cielo che non conosce la polvere di Juanacatlán. Il 31 ottobre 2026 un quadrato di corde diventerà l’ennesimo capitolo di un libro che non si legge dall’inizio alla fine, ma saltando fra caselle disegnate col gesso.

Saúl, quello che tutti chiamano Canelo, alzerà i guantoni verso luci artificiali, e nessuno, tranne forse lui, ricorderà il sole vero che gli bruciava la nuca quando vendeva ghiaccioli colorati.

Ci sono uomini che esistono in due tempi simultanei: quello che gli altri osservano e quello che solo loro abitano. Il tempo segreto di Canelo Alvarez ha il ritmo lento di un carretto che avanza sulla terra secca.

Fra tre settimane torna a combattere. Ma chi la conosce davvero, la storia di Saúl Álvarez?

I. L’alchimia del ghiaccio e della fiamma

Juanacatlán, metà degli anni Novanta. Un bambino dai capelli color rame spinge un carretto sotto il sole. Le mani piccole reggono ghiaccioli che si sciolgono in rivoli colorati. Saúl aiuta il padre nella paleteria di famiglia e impara l’arte dell’equilibrio prima di quella del commercio: bilanciare il peso del carretto, sorridere nonostante la stanchezza, contare monete con precisione.

Ha raccontato a Mediotiempo di avere cominciato a preparare le paletas a cinque anni e di essere salito sui pullman a venderle a sette, con il cartoncino in mano, fra i passeggeri della corriera di Chapala. La famiglia veniva da Los Reyes, in Michoacán, e si era spostata di paese in paese prima di fermarsi lì. Lui è l’ultimo di una famiglia numerosa: le fonti messicane oscillano fra sette e otto figli e nessuna conferma l’altra.

Sui capelli rossi circola da sempre una storia: un antenato irlandese del battaglione di San Patrizio, quello che disertò dall’esercito statunitense per combattere con i messicani. È una leggenda che nessun documento sostiene, e va raccontata per quello che è. Quello che è documentato sono i soprannomi che gli davano in paese, e nessuno era tenero: Jícama con Chile, Entomatado, Enchilado. Parole che piombavano come pugni non ancora parati. Canelo, cannella, glielo diede José «Chepo» Reynoso in palestra. Il diminutivo, Canelito, venne dopo.

II. La danza precoce sul quadrato

Il calendario segnava il 29 ottobre 2005 quando un Saúl quindicenne salì per la prima volta su un ring professionistico. KO tecnico alla quarta ripresa. Nel circuito dilettantistico non trovavano più nessuno della sua età da mettergli davanti, e Chepo ed Eddy Reynoso decisero di bruciare le tappe.

Il 5 marzo 2011, al Honda Center di Anaheim, affrontò l’inglese Matthew Hatton per il titolo WBC dei superwelter rimasto vacante. Aveva 20 anni. Vinse ai punti con tre cartellini da 119-108 e diventò il più giovane campione del mondo della categoria. Due giorni prima aveva sforato il peso pattuito di oltre mezzo chilo e aveva pagato una multa del venti per cento della borsa pur di fare l’incontro: 70.000 dollari sui 350.000 che avrebbe preso, secondo i resoconti dell’epoca. A vent’anni aveva già trovato la sua costellazione nel firmamento pugilistico, e aveva già imparato quanto costa salirci.

III. L’architettura di un sogno condiviso

Eddy Reynoso è stato più di un allenatore. Fin dai primi passi in palestra è stato la bussola che ha guidato il ragazzo dai capelli rossi verso i vertici del pugilato mondiale. Quel legame, forgiato fra sacchi di tela e lacrime di fatica, si è nutrito di fiducia profonda e di una lealtà che sfida ogni critica: quando il mondo ha messo in discussione strategie o tempi di preparazione, Canelo ha sempre riposto lo sguardo su Reynoso.

Insieme hanno sperimentato stili, affinato tattiche, celebrato 63 vittorie e attraversato tre sconfitte. Mentre il pugile sviluppava un’intelligenza tattica nata dalla sconfitta con Mayweather, Reynoso calibrava ogni seduta, ogni pausa, ogni ordine di sacco.

IV. L’alchimia della sconfitta

C’è una data che Canelo porta incisa più di ogni altra: 14 settembre 2013. La MGM Grand Garden Arena di Las Vegas ospitava sedicimila spettatori che trattenevano il respiro. Floyd Mayweather Jr. tentò 505 colpi e ne mise a segno 232. Canelo ne tentò 526 e ne piazzò 117. La matematica non mente, e i giudici assegnarono la vittoria a Mayweather per decisione non unanime: 116-112 e 117-111 per lo statunitense, 114-114 per la giudice C.J. Ross, che di lì a poco si ritirò.

Quella notte Saúl perse un incontro e trovò una rivelazione: la forza senza strategia è come un fiume senza argini. Da quella sconfitta nacque un combattente nuovo, un uomo che comprese che l’impeto deve piegarsi alla pazienza.

V. La metamorfosi del guerriero

Dopo quella notte a Las Vegas il giovane guerriero impetuoso divenne un maestro di tattica. Ogni jab veniva pesato come oro su una bilancia di precisione, ogni movimento studiato come una mossa di scacchi. E il palcoscenico si ampliò: Canelo divenne campione in quattro categorie di peso diverse, come se il suo corpo fosse capace di espandersi e contrarsi per abitare spazi che altri non potevano nemmeno immaginare. L’ultima espansione fu la più grossa: nel novembre del 2019 salì fino ai mediomassimi e mise fuori combattimento Sergej Kovalev all’undicesima ripresa.

VI. La trilogia dell’anima

Se la boxe è poesia in movimento, la trilogia contro Gennadij Golovkin fu un’epica omerica. Il primo atto, il 16 settembre 2017, si concluse con un pareggio che fece esplodere discussioni in ogni angolo del mondo pugilistico. Un anno dopo, il 15 settembre 2018, nella stessa arena, un Canelo rinnovato nell’anima e nella tecnica conquistò i titoli WBA e WBC dei medi per decisione non unanime.

Il terzo capitolo, scritto il 17 settembre 2022, vide un Golovkin quarantenne salire di categoria per sfidare di nuovo il rivale messicano. Questa volta la storia aveva un solo protagonista: Canelo vinse con verdetto unanime, 116-112, 115-113 e 115-113.

Tre incontri, tre tappe di un viaggio che trasformò entrambi. I due uomini divennero specchi l’uno dell’altro, riflettendo debolezze e grandezze reciproche in un dialogo fatto di pugni e rispetto.

VII. L’ombra del terrore

Nel dicembre del 2018, pochi giorni prima di salire sul ring contro Rocky Fielding, un’ombra si allungò sulla vita di Saúl: il rapimento di suo fratello Víctor, quello che in famiglia chiamano El Paletas. Per tre giorni la famiglia Álvarez visse un incubo che nessuna cintura mondiale poteva alleviare.

Canelo trattò di persona, senza coinvolgere le autorità. Lo ha raccontato al podcast di Graham Bensinger: «No, la polizia mai. Non ti rendi conto di come funziona in Messico. Probabilmente erano coinvolti in quella situazione.» Víctor tornò a casa. Fielding fu messo fuori combattimento alla terza ripresa.

VIII. Il santuario dei cavalli

C’è un luogo dove Canelo si spoglia dell’armatura: un ranch alle porte di Guadalajara. Qui, fra il nitrito dei cavalli e il fruscio dell’erba alta, ritrova un equilibrio che i riflettori non gli danno. Ha raccontato a GQ Sports che da bambino tempestava il padre di richieste per avere un cavallo, e che la sua prima cavalla arrivò quando aveva quattro anni, nonostante i soldi che in casa non c’erano.

C’è chi sostiene che quei cavalli spieghino una cosa che in sedici anni nessuno è riuscito a fare. Jim Lampley, per trent’anni la voce del pugilato su HBO, ha scritto su BoxingScene di avere abitato vicino a lui e di avere conosciuto gente che lo vedeva uscire a cavallo la mattina presto. La sua spiegazione: il mento c’entra poco, contano le gambe, non lo sbilanci perché dalla cintola in giù è troppo forte. In sessantotto incontri da professionista, Saúl Álvarez non è mai andato al tappeto. Non lo hanno mandato giù Mayweather, non Golovkin, non Kovalev, non Terence Crawford.

IX. La lezione dell’umiltà

Il 7 maggio 2022, la T-Mobile Arena di Las Vegas fu teatro di una lezione che Canelo non cercava. Dmitrij Bivol, con il jab chirurgico e una gestione impeccabile della distanza, controllò le dodici riprese. Canelo chiuse con 84 colpi andati a segno su 495 tentati secondo CompuBox, il minimo della sua carriera fino a quel momento; Bivol 152 su 710. Tre cartellini da 115-113, verdetto unanime, prima sconfitta dal 2013.

È nei momenti di caduta che si misura un uomo. Invece di cercare scuse, Saúl riconobbe la superiorità dell’avversario: «Ho perso oggi; lui è un grande pugile. Ho sentito la sua potenza. Gestisce molto bene la distanza.»

X. La costellazione familiare

Dietro di lui c’è un universo di affetti. La moglie, quattro figli avuti da relazioni diverse, e Ana María Barragán, la madre, che è la radice profonda di un albero che ora dà i suoi frutti al mondo. Ai suoi incontri importanti Saúl porta decine di familiari: per il terzo match con Golovkin, nel 2022, ne portò quaranta, fra fratelli, nipoti e la madre.

È la sua risposta a una domanda che nessuno gli ha fatto: dove sta la vittoria vera. Non nei titoli, ma nelle mani che ti hanno sostenuto quando eri troppo debole per reggerti in piedi da solo.

XI. Il regno ripreso, e perduto in una notte

Il 3 maggio 2025, a Riad, Canelo affrontò il cubano William Scull per riprendersi la cintura IBF e tornare campione indiscusso dei supermedi, la categoria con il limite di 168 libbre, 76,2 kg. Vinse ai punti con verdetto unanime: 119-109, 116-112, 115-113.

Fu l’incontro più noioso della sua vita, e non per come finì. Scull girò intorno al ring per dodici riprese senza impegnarsi, Canelo non riuscì a tagliargli la strada, e i due misero insieme 445 colpi lanciati in tutto: il numero più basso mai registrato da CompuBox in un incontro sulla distanza da quando esistono le statistiche, dal 1985. Álvarez ne tirò 152 lui solo. A fine serata lo disse senza giri di parole: «È stato un incontro noioso.» Era campione indiscusso per la seconda volta, e nessuno aveva voglia di festeggiare.

Quattro mesi dopo, il 13 settembre 2025, all’Allegiant Stadium di Las Vegas, davanti a 70.482 persone e al mondo intero collegato su Netflix, Terence Crawford salì di due categorie e gli portò via tutto. Verdetto unanime: 116-112, 115-113, 115-113. Gli stessi tre cartellini con cui Canelo aveva battuto Golovkin tre anni prima, girati dall’altra parte.

Non lo scosse mai. Crawford lo ha ammesso più volte, l’ultima nel podcast di Joe Rogan a giugno di quest’anno, dove ha tirato in ballo la genetica e i capelli rossi per spiegare perché non fosse riuscito a farlo cadere. Canelo, uscendo dal ring senza cinture per la prima volta in cinque anni, disse: «Sono un vincente per il fatto stesso di essere qui. Mi piace rischiare, perché amo questo sport.»

Crawford si è ritirato pochi mesi dopo, portandosi via tutto quello che gli aveva tolto.

XII. Tredici mesi

Da quella notte Álvarez non è più salito su un ring. L’incontro con Christian Mbilli era fissato per il 12 settembre di quest’anno, poi è slittato: lui ha spiegato da Ariel Helwani che una questione familiare gli aveva fatto cominciare il ritiro in ritardo. Bob Arum, che di pugili ne ha visti passare sessant’anni, ha commentato che a questo punto il posto di Canelo è il campo da golf.

Il 31 ottobre, a Riad, affronta un camerunese di Yaoundé cresciuto in Francia e di base a Montréal: Christian Mbilli, 29 vittorie e un pari, 24 prima del limite, campione del mondo WBC dei supermedi. È il terzo dei quattro incontri del contratto che Álvarez ha firmato con la Riyadh Season.

A luglio ha detto che gliene restano tre o quattro, poi smette; due anni fa a DAZN ne aveva detti quattro o cinque. La scheda dell’incontro, con l’orario italiano, è nella nostra pagina su Canelo Mbilli.

Mbilli l’ultima volta ha combattuto la stessa sera di Canelo, nello stesso stadio, sul sottoclou: dieci riprese e un pari discusso con Lester Martinez, il 13 settembre 2025. Da allora nessuno dei due è più salito su un ring. Sono due uomini che hanno smesso di combattere la stessa notte e ricominciano insieme, uno contro l’altro.

XIII. Lo specchio

Io ho la sua età. Ogni tanto vado a rivedere l’incontro con Mayweather, che su internet si trova senza fatica, e guardo quel ragazzo di 23 anni che non capisce dove sia finito l’uomo che ha davanti. Lo guardo perché lì dentro c’è il momento esatto in cui da una sconfitta è nata una stella.

Ma non è solo per quello. È che vedere Canelo così giovane, con la faccia ancora senza barba e senza niente scritto sopra, è come guardarsi in uno specchio che non fa sconti. Quel ragazzo adesso ha 36 anni, ha perso tutte le cinture in una notte, e fra tre settimane torna in Arabia Saudita a provare a riprendersene una.

Il tempo passa per lui e passa per me, alla stessa velocità, e nessuno dei due può farci niente.


Il sabato mattina mandiamo i cinque pezzi migliori della settimana. Si chiama la posta della rivista.


Le fonti

Primarie

  • CompuBox, statistiche di Álvarez-Scull del 3 maggio 2025 e di Álvarez-Bivol del 7 maggio 2022.
  • World Boxing Council, comunicati del 19 e 21 agosto 2026 sull’incontro con Mbilli.
  • Nevada State Athletic Commission, cartellini ufficiali di Mayweather-Álvarez, Álvarez-Bivol e Crawford-Álvarez.
  • Graham Bensinger, «In Depth», intervista a Saúl Álvarez sul rapimento del fratello.

Secondarie

  • Ring Magazine, 22 luglio 2026, sullo spostamento dell’incontro con Mbilli al 31 ottobre.
  • Boxing News, 4 maggio 2025, sul primato negativo di Álvarez-Scull.
  • BoxingScene, Jim Lampley sulle gambe e sull’equitazione di Álvarez, maggio 2024.
  • Mediotiempo e La Opinión, sull’infanzia a Juanacatlán e sulla vendita delle paletas.
  • El Financiero, 7 marzo 2026, sul sequestro del fratello Víctor nel dicembre 2018.