“The Fight”, di Norman Mailer, doveva raccontare un incontro che per settimane non si disputava.

Il match era fissato per settembre 1974, a Kinshasa: un taglio sopra l’occhio di George Foreman, rimediato in allenamento, lo spostò al 30 ottobre. Mailer restò in Zaire ad aspettare, insieme al resto della stampa mondiale, e da quell’attesa nacque il libro.

Un romanziere che scrive se stesso

Norman Mailer si racconta in terza persona, chiamandosi “Norman” come se fosse un personaggio tra gli altri. Va a correre con Muhammad Ali al campo di allenamento di Deer Lake, in Pennsylvania, e resiste, sorpreso lui stesso, per la prima metà del giro, nonostante l’età e una serata di troppo alle spalle.

Non è un cronista che osserva da fuori: si mette dentro la scena, e la scena lo accoglie. Sia Ali, che si considera un poeta, sia Foreman, che si dice stia scrivendo un libro a sua volta, trattano “Norman” come un pari.

Uno stadio, un dittatore, un fiume

Buona parte del libro non parla affatto di pugilato. Racconta lo Zaire di Mobutu Sese Seko, che aveva pagato dieci milioni di dollari per portare il match nel suo paese e trasformarlo in propaganda: l’orgoglio nero, il “Mobutismo”, il proprio nome cambiato in una sequenza cerimoniale lunghissima per cancellare l’eredità coloniale belga.

Mailer descrive le ville di lusso a Nsele, con piscine olimpioniche, a pochi metri dalle acque scure del fiume Congo, e lascia che il contrasto parli da solo.

L’ascesa al potere di Mobutu fu caldeggiata prepotentemente da diversi Paesi esteri, in particolare dagli USA e dai governi occidentali, sia in funzione anti-URSS, sia per proteggere le multinazionali statunitensi e straniere presenti in Congo.

Un capolavoro, con dei limiti veri

La critica ha definito “The Fight” un capolavoro del giornalismo sportivo, e sul piano della scrittura è difficile dargli torto: pochi hanno saputo rendere un match di boxe come uno scontro tra due modi di stare al mondo.

Ma il libro ha anche pagine che il tempo non ha perdonato: le riflessioni di Mailer sulla razza, la sua ossessione per descrivere il colore della pelle degli uomini che incontra, gli sono valse critiche severe nei decenni successivi, e a ragione.

Leggerlo oggi significa anche misurarsi con quei limiti, non solo con la sua bravura.

Della stessa notte, a Kinshasa, racconteremo anche noi: il nostro pezzo sul Rumble in the Jungle, in uscita per il cinquantaduesimo anniversario, il 30 ottobre.

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