«Avevano perso proprio quando ci si aspettava che vincessero, per poi sparire chissà dove.»

Non è un giudizio del narratore. È quello che passa per la testa di un uomo che ha allenato per anni dei ragazzi in una palestra di provincia, e che li ha visti uno dopo l’altro cedere a una debolezza che non sapeva nominare.

Quell’uomo si chiama Ruben Luna. Fa l’allenatore e il manager, e continua a farlo, perché qualcuno che vuole combattere si trova sempre.

Due uomini che non si incontreranno più

«Città amara» è ambientato a Stockton, in California, alla fine degli anni Cinquanta. Ottantamila anime in mezzo alla San Joaquin Valley.

I protagonisti sono due. Billy Tully ha ventinove anni, era un pugile, adesso fa il cuoco in una tavola calda. Da quando la moglie se n’è andata ha cambiato cinque alberghi in un anno e mezzo. Ernie Munger ne ha diciotto e non ha ancora cominciato niente.

Si incrociano in palestra una volta sola, per pochi round. Quel contatto rimette Tully in allenamento e spinge Munger dentro il mestiere.

La boxe come metafora esistenziale

Il centro del libro non sono gli incontri. Sono i giorni tra un incontro e l’altro, e sono i giorni degli ultimi.

Tully e Munger, per mangiare, salgono sul pullman dei braccianti prima dell’alba. Raccolgono cipolle, pesche, pomodori. Alla fabbrica gli dicono che al momento non assumono, che le squadre per le pesche sono al completo, che devono tornare quando i pomodori saranno maturi.

Nei campi, accanto a loro, ci sono immigrati messicani e bianchi poveri che sgobbano per una paga da fame.

È qui che il libro dice la cosa più dura, e la dice senza alzare la voce: la palestra e il campo di cipolle sono lo stesso posto. In tutti e due si vende il corpo a giornata, e in tutti e due c’è qualcun altro che tiene il registro.

Il titolo, e cosa ci hanno tolto traducendolo

In inglese il romanzo si chiama «Fat City». È un modo di dire: andare in Fat City significa fare la bella vita, sistemarsi, arrivare.

Fazi ha scelto di non tradurlo alla lettera e di intitolarlo «Città amara». Si capisce perché: in italiano «città grassa» non avrebbe detto niente. Ma qualcosa si perde, ed è proprio l’ironia. «Fat City» è il nome di un posto che non esiste, e sta in copertina come una presa in giro. «Città amara» dice al lettore come deve sentirsi prima ancora che apra il libro.

Chi l’ha scritto

Leonard Gardner è nato a Stockton nel 1933, e la boxe gliela ha insegnata suo padre, che era stato un dilettante. Anche lui ha combattuto da dilettante, in quella stessa città.

Ha scritto su Esquire, su Sports Illustrated, sulla Paris Review. È andato a Caracas a raccontare Foreman contro Norton, e a Vancouver per Alì contro Chuvalo. Poi ha lavorato per la televisione, tra le altre cose alla serie NYPD Blue.

E ha scritto un romanzo solo, nel 1969, a trentacinque anni. Mai più un altro.

Questo spiega la cosa che i lettori notano per prima: il libro non ha una sola frase da esperto. Nessuna spiegazione tecnica messa lì per far vedere che l’autore sa. Sa, e per questo non ha bisogno di dimostrarlo.

John Huston ne trasse un film nel 1972, con Stacy Keach e Jeff Bridges, e lo considerava uno dei suoi migliori.

L’edizione italiana

«Città amara», Fazi Editore, nella traduzione di Stefano Tummolini, poco più di duecento pagine. La postfazione è di Antonio Franchini.

È il rovescio esatto di «The Fight» di Norman Mailer: là ci sono Kinshasa, un dittatore, due uomini che il mondo intero sta guardando. Qui c’è una palestra di provincia dove nessuno guarda niente, e sono i secondi a essere la maggioranza.

Ruben Luna, alla fine, è ancora lì. Ne arriva un altro, e ricomincia.

Il sabato mattina mandiamo i cinque pezzi migliori della settimana. Si chiama la posta della rivista.

Gli altri titoli recensiti stanno nella nostra Biblioteca della boxe.