Prima di salire sul ring, all’Afterpay Arena di Sydney, Errol Spence si è fermato un istante sulle corde. Si è guardato intorno, verso un pubblico che non era il suo, e ha sorriso.
Il suo ring walk è stato accompagnato da «Took the Children Away», la canzone con cui l’artista aborigeno Archie Roach raccontò, nel 1990, la propria infanzia strappata via dallo stato australiano.
Non sappiamo perché Spence l’abbia scelta. Sappiamo che è passata, quella sera, tra chi ne conosce il peso.
Erano 1.093 giorni esatti dall’ultima volta che era salito su un ring: la notte di Las Vegas in cui Terence Crawford gli tolse tutto in una volta sola.
Tornava non più ai welter, dove aveva regnato per anni, ma nei medi, due categorie più su, a trentasei anni, nella città dell’avversario.
L’ultima notte
Comincia bene. Per cinque riprese il match resta in equilibrio, e nei colpi pesanti Spence ne vince addirittura tre su cinque.
Poi, dalla sesta, Tim Tszyu prende in mano l’incontro e non lo lascia più andare: destri precisi, ripetuti, senza fretta.
Alla undicesima Spence trova un ultimo sussulto d’orgoglio. Nella dodicesima e ultima ripresa della sua carriera, tenta un solo colpo pesante. Non ne va a segno nessuno.
Alla fine i numeri dicono qualcosa che in tredici anni di carriera nessun avversario era mai riuscito a dire a Spence: Tszyu chiude con centonovanta colpi totali a segno e centosettantaquattro pesanti, contro i centoventisei di Spence, il massimo mai incassato dall’americano in un solo incontro.
Nelle ultime sette riprese il divario si allarga ancora: centodiciassette colpi pesanti per Tszyu, cinquantanove per Errol Spence.
I cartellini dei giudici scrivono 118-110, 117-111, 117-111. Decisione unanime.
Poi, con il microfono ancora sul ring, Errol Spence si rivolge a Tszyu e al suo angolo:
«È stato un grande incontro. Congratulazioni a Tim e a Jeff Fenech. Ho risposto a molte domande su me stesso, e adesso è tempo di tornare a casa dalla mia famiglia e iniziare una nuova vita.»
Il ragazzo che voleva fare il Dallas Cowboy
Errol Spence Jr. nasce il 3 marzo 1990 a Long Island, nello stato di New York. La famiglia si trasferisce in Texas quando lui è piccolissimo.
Il padre, Errol Spence Sr., è nato in Giamaica e ha lavorato per anni come contrattista della FedEx. La madre è afroamericana. Sono loro due a decidere, molto presto, che quel bambino cresce a DeSoto.
In casa si guardava la boxe. Il padre era un ammiratore di Lennox Lewis, e padre e figlio seguivano insieme i suoi incontri, a casa e dal barbiere del quartiere. Ma il ragazzo voleva un’altra cosa: voleva giocare a football, e sognava di finire nei Dallas Cowboys. Gioca alla Cedar Hill High School, poi alla DeSoto High School.
A quindici anni, al secondo anno di liceo, il padre lo carica in macchina senza dirgli dove stanno andando.
Spence lo ha raccontato a ESPN: non fu una sua scelta. Era tornato da scuola e venti minuti dopo erano parcheggiati davanti a una palestra di pugilato.
Non capiva cosa ci facessero lì, pensava dovessero ritirare qualcosa. Poi ha visto suo padre che chiedeva all’allenatore quando poteva cominciare. Cominciò il giorno dopo.
Il motivo, detto senza giri di parole, era tenerlo lontano dai guai.
Due settimane più tardi vinceva il torneo dei Silver Gloves di Dallas.
Sua madre, anni dopo, avrebbe riassunto a una televisione di Dallas la regola di quella casa: non ti regalano niente, quello che vuoi te lo devi guadagnare mettendoci tutto.
Un Texas conquistato metro per metro
Non lontano da dove Spence cresce, a Highland Park, per decenni un atto di proprietà valeva più di una legge: chi comprava casa firmava una clausola che vietava di rivenderla a chiunque non fosse bianco.
L’unico modo per un nero di dormire in quelle strade era farlo da domestica, in una stanza di servizio.
In quelle stesse strade hanno abitato un presidente e un vicepresidente degli Stati Uniti; ancora oggi, nelle sue scuole, un alunno su cento è nero.
DeSoto nacque dal rovescio di quella stessa logica. Il capitale bianco si era ritirato dai vecchi quartieri del centro di Dallas, e la nuova classe media nera occupò lo spazio lasciato libero, comprando case che altrove le venivano ancora negate.
Oggi due residenti su tre sono afroamericani, ed è la seconda città degli Stati Uniti, dopo Atlanta, per famiglie nere che vi si trasferiscono in cerca di una vita migliore.
Ma la stessa avanzata che ha portato prosperità a DeSoto ha svuotato i vecchi quartieri dei loro abitanti più poveri: chi non poteva permettersi il trasloco è rimasto in centro, dove le risorse sono calate insieme al reddito.
Al centro della nuova DeSoto, un vecchio centro commerciale abbandonato è stato riconvertito in municipio, biblioteca, teatro: nella sala da centosessanta posti recita, stabilmente, una compagnia afroamericana.
È in questo pezzo di Texas, comprato metro per metro da chi altrove non poteva comprare nulla, che il padre di Spence porta il figlio in palestra, a scaricare l’energia in un posto sicuro.
Dai dilettanti a Londra 2012
Da dilettante Spence vince tre titoli nazionali consecutivi, dal 2009 al 2011, e i Golden Gloves nazionali del 2009. Chiude con un record di 135 vittorie e 12 sconfitte.
Ai Mondiali del 2011 arriva ai quarti e viene fermato dal kazako Serik Sapiyev.
Alle Olimpiadi di Londra arriva ai quarti solo dopo un ricorso: era stato eliminato al turno precedente da Vikas Krishan Yadav, ma la federazione internazionale ribalta il verdetto per condotta irregolare dell’indiano.
Ai quarti viene fermato dal russo Andrey Zamkovoy. Pochi mesi dopo passa professionista.
Il 27 maggio 2017, a Sheffield, ferma Kell Brook all’undicesima ripresa e prende il titolo IBF dei welter. Poi Lamont Peterson, Carlos Ocampo, Mikey Garcia.
Dallas sulle spalle
Il 16 marzo 2019, all’AT&T Stadium di Arlington, Spence combatte contro Mikey Garcia davanti a quarantasettemilacinquecentoventicinque persone.
Non entra da solo.
Ad accompagnarlo c’è la banda del liceo di Lancaster, che suona una versione strumentale di «Southside Da Realist» di Big Tuck. Poi tocca a Yella Beezy, rapper di Oak Cliff, che canta dal vivo «That’s On Me». Con lui c’è Trapboy Freddy.
A settembre, allo Staples Center di Los Angeles, contro Shawn Porter, è Trapboy Freddy a portarlo al ring cantando «LA».
Spence aveva spiegato la scelta un mese prima, a una rivista della sua città: avevano molto in programma, e lui la sua città la sostiene sempre.
Oak Cliff, dove è cresciuto Yella Beezy, sta dall’altra parte della linea rispetto a Highland Park. È il sud di Dallas, quello che il capitale bianco aveva lasciato.
Cinque mesi prima di quella sera all’AT&T Stadium, nell’ottobre del 2018, Yella Beezy era stato raggiunto da tre colpi di arma da fuoco. Era rimasto in ospedale un giorno.
Cosa è successo ai rapper al suo fianco: l’inizio della la faida
L’11 novembre 2020, poco dopo mezzogiorno, il rapper Mo3, all’anagrafe Melvin Noble, sta guidando sull’Interstate 35 poco a sud dello zoo di Dallas. Qualcuno gli spara da una Camaro nera. Muore in ospedale.
Nel 2024 un gran giurì incrimina Yella Beezy, l’uomo che due volte aveva cantato all’ingresso di Spence, per omicidio capitale: secondo l’accusa avrebbe pagato Kewon White perché uccidesse Mo3. White sta già scontando nove anni per i reati in materia di armi legati a quella sparatoria. È incriminato anche un terzo uomo, Devin Maurice Brown Jr. Yella Beezy viene arrestato, con la cauzione fissata a 2 milioni di dollari.
Nel 2021 era stato arrestato tre volte: per armi, per un’accusa di violenza sessuale, per una di messa in pericolo di minore.
Spence non c’entra niente con tutto questo. Non è mai stato indagato, il suo nome non compare in nessun atto.
Ma è il mondo che stava intorno a lui nelle sere in cui vinceva.
La notte che cambiò tutto
Il 28 settembre 2019, a Los Angeles, batte Shawn Porter ai punti e unifica i titoli WBC e IBF dei welter. Sale a 26-0. È il punto più alto della carriera.
Dodici giorni dopo, il 10 ottobre, alle 2:53 del mattino, è al volante della sua Ferrari bianca su una strada di Dallas. La procura ricostruirà che quella notte aveva fatto il giro di più locali.
Non ha la cintura di sicurezza.
L’auto supera lo spartitraffico, finisce nella carreggiata opposta e si ribalta più volte. Viene sbalzato fuori dall’abitacolo e atterra sul cemento.
Arriva in terapia intensiva con lacerazioni al volto, denti rotti e contusioni gravi. Nessuna frattura.
Nel video girato dalla polizia si vedono due cose: il prelievo del sangue in ospedale, e una pistola carica recuperata dall’auto.
Nel novembre 2019 se la cava con la libertà vigilata. La chiusura vera arriva nel giugno del 2022: si dichiara colpevole di guida in stato di ebbrezza, tre giorni di carcere coperti dalla custodia già scontata, 3.430 dollari di spese.
Nel comunicato diffuso dal suo avvocato scrive che era in giro a bere con degli amici, ha distrutto la macchina e ha quasi ammazzato se stesso. Che è stato un episodio che gli ha cambiato profondamente la vita, e che vuole usare la sua voce per dire a tutti di non guidare dopo aver bevuto. Nemmeno un bicchiere.
Un altro pugile che è tornato a combattere dopo uno schianto in automobile lo abbiamo raccontato qui: la storia di Vinny Pazienza.
Il conto che non torna mai
Per settimane Spence non ricorda quasi nulla. Anni dopo racconterà di avere ancora flashback quando guida, cofani che gli vengono incontro a un semaforo.
Tre mesi dopo il primo schianto, un’altra auto lo tampona da dietro.
La sua assicurazione lo scarica: aveva già distrutto una Ferrari, ora anche una G-Wagon.
Il ritorno, e la caduta più dura
Torna sul ring a fine 2020 e batte Danny Garcia.
L’anno dopo, a una settimana da una sfida a Manny Pacquiao, si ritira per un distacco della retina che richiede un intervento d’urgenza.
Nell’aprile del 2022 ferma Yordenis Ugás alla decima e aggiunge il titolo WBA: tre cinture dei welter.
Poi, il 29 luglio 2023: contro Terence Crawford, salito di due categorie apposta per lui, viene fermato alla nona ripresa dopo diversi atterramenti.
Perde tutte le cinture in una sola notte.
Dodici anni su una stretta di mano
Nell’aprile del 2024 Derrick James, l’uomo che lo allenava dai tempi dei dilettanti e che lo aveva portato alle Olimpiadi, gli fa causa a Dallas chiedendo oltre 5 milioni di dollari. Lo stesso giorno Spence contro-cita.
Per dodici anni avevano lavorato su una stretta di mano: il 10 per cento della borsa, un assegno consegnato dopo ogni incontro.
La lite nasce su cosa sia davvero la borsa. Nei contratti dei match importanti la cifra dichiarata è quasi sempre più bassa di quella incassata, per ridurre le tasse di sanzione delle federazioni. James sostiene che gli spettasse il dieci per cento di tutto, non solo di quello che stava scritto.
Nella sua causa compare un messaggio del 16 febbraio in cui Spence accetta di girargli altri 2.100.500 dollari per il match con Crawford.
Per l’ultimo incontro, nell’angolo, c’era Ronnie Shields.
Di nuovo a casa
Tra quella notte a Las Vegas e questa a Sydney sono passati mille e novantatré giorni. Nel mezzo, il silenzio: nessun incontro, nessun allenamento raccontato.
Spence ha detto che in quegli anni ha fatto il padre e non il pugile, e che quasi tutti i giorni rispondeva a «EJ», il nome con cui lo chiamano gli amici e la famiglia.
Nell’aprile del 2020, mentre la pandemia chiudeva le scuole, aveva fatto arrivare circa quattromila bottiglie d’acqua al distretto scolastico di DeSoto.
Il ragazzo che il padre portava in palestra a quindici anni, in una città che cambiava pelle, è lo stesso uomo che ieri si è guardato intorno e ha sorriso, prima di salire per l’ultima volta.
È sopravvissuto a due incidenti d’auto e a un distacco della retina.
Ora torna a casa, Errol Spence, a DeSoto, dove tutto è cominciato.
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Matteo Ferazzoli è giornalista pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio (tessera n. 170928). Ha scritto per: Ultima Voce, il Messaggero, l’Inchiesta, Io Gioco Pulito e altre testate locali e nazionali. Ha pubblicato il romanzo “Buio sopra il sole” e diversi racconti per Urbone Publishing. Fondatore e direttore responsabile di «Essere, rivista di boxe e anime salve», racconta il pugilato come lente su storie di classe, migrazione e riscatto.

