Milano, 10 marzo 1936. Sul settimanale «Lo Schermo Sportivo» esce un pezzo di pugilato firmato «Gibì».

Dietro lo pseudonimo c’è un ragazzo di diciassette anni, nato in una comunità contadina sul Po. Gli articoli di calcio li firma con un’altra sigla.

Trent’anni dopo quel ragazzo avrà inventato le parole con cui ancora oggi si racconta lo sport in italiano: contropiede, libero, centrocampista, pretattica. Ma la prima cosa che ha raccontato è stata la boxe.

Dalla sua penna, en pugile di campagna

«La ballata del pugile suonato» è la storia di Claudio Orsini, detto il Gugia, medio-leggero cresciuto a Pianariva, che è il nome inventato di San Zenone al Po, il paese di Brera.

Il Gugia sale dalle case povere del paese fino al ring della Sporthalle di Berlino. Poi la campana comincia a suonargli in testa da sola, e la carriera finisce.

Va in guerra, arriva fino al Don, torna. Trova il paese occupato dai tedeschi. Pesca di frodo e ruba polli con un disgraziato che sa dire tre parole in tutto.

Finisce conteso tra partigiani e fascisti, lui che di politica non gliene importava niente. Gli uni e gli altri vedono la stessa cosa: o un traditore, o un campione da esibire.

Quello che “La ballata del pugile suonato”fa e la cronaca non può

Brera racconta il pugilato dei pionieri, quello duro e senza soldi, e intorno ci mette la Bassa percorsa dai brigatisti neri e dai partigiani, e una Milano non ancora metropoli e già popolar-fascista.

Non separa i due piani. Il campione europeo è anche l’uomo che va a pescare di nascosto per mangiare.

Lo scriveva un uomo che aveva passato la guerra prima come paracadutista e poi come partigiano, e che ricordava di non aver mai sparato un colpo contro un altro essere umano.

Plebeo, con orgoglio

Brera si definiva plebeo. Lo diceva di sé come un vezzo e come una verità, e lo diceva mettendosi dalla parte opposta degli intellettuali, che per la maggior parte lo detestavano o facevano finta di non vederlo.

Diceva anche che la voglia di scrivere gliela davano i tipi con cui si accompagnava da ragazzo: antieroi, di cui raccontava le gesta antieroiche.

Il Gugia è uno di quelli.

Un titolo cambiato, e cosa ci dice

Il romanzo esce nell’aprile del 1977 per Rizzoli, nella collana «La Scala», con un altro titolo: «Naso bugiardo». Duecentododici pagine, sovraccoperta disegnata da John Alcorn.

È il secondo capitolo della cosiddetta Trilogia di Pianariva, insieme a «Il corpo della ragassa» del 1969 e «Il mio vescovo e le animalesse» del 1983.

«La ballata del pugile suonato» arriva dopo, con la riedizione Baldini & Castoldi, e resta anche nelle edizioni Book Time del 2008 e del 2012, quest’ultima con la prefazione del figlio Paolo Brera.

C’è chi quel cambio lo considera una banalizzazione: «Naso bugiardo» non spiegava niente, e il titolo nuovo spiega tutto prima di cominciare.

Perché è presente in questa Biblioteca

Chi conosce Brera lo conosce per il calcio, e ha letto forse tre righe delle sue quattromila sui campionati. Questo è l’unico posto in cui ha scritto un libro intero su un pugile, in un italiano che rallenta, con la voce bassa, e senza quasi nessuna delle invenzioni linguistiche che lo hanno reso celebre.

È l’antenato italiano diretto di quello che facciamo qui: la boxe raccontata dal basso, con la Storia grande che passa dietro le spalle di un uomo che non l’ha scelta.

A differenza di Norman Mailer, che a Kinshasa si mise dentro la scena e ci restò per tutto il libro (ne abbiamo scritto qui, «The Fight» di Norman Mailer), Brera resta sull’argine e guarda passare il fiume.

Il Gugia, alla fine, non torna sul ring. Torna in un paese che nel frattempo ha cambiato padrone due volte, e nessuno gli chiede più niente.

Trovi tutti gli altri titoli recensiti nella nostra Biblioteca della boxe.