Buffalo, stato di New York, primi anni Cinquanta. Un uomo porta la figlia a vedere un torneo di Golden Gloves. In casa lascia in giro le copie del Ring, e la bambina le guarda.
Quella sera lei gli chiede perché quei ragazzi vogliano picchiarsi, perché siano disposti a farsi male.
Il padre risponde: i pugili non sentono il dolore come lo sentiamo noi.
Una frase che spiega tutto tranne il dolore
Joyce Carol Oates ha messo quella risposta in apertura del suo libro, e poi ha passato trecento pagine a non accettarla.
Perché quella frase, detta da un padre a una figlia in una palestra di Buffalo, non parla di fisiologia. Dice che esistono corpi che valgono meno, e che se stanno lì dentro è perché sono fatti per starci. È la stessa frase, in forma gentile, che serve a giustificare le miniere, i cantieri, i campi.
Oates non la commenta. Aggiunge solo che il dolore, nel contesto giusto, diventa qualcosa di diverso dal dolore.
Il libro che si rifiuta di spiegare
«Sulla boxe» esce nel 1987, per Dolphin e Doubleday, e raccoglie saggi già usciti sul New York Times Magazine e sulla Ontario Review. Il volume cresce nelle edizioni successive: nel 1995 per Ecco Press, nel 2006 per Harper Perennial, con dentro anche le pagine su Mike Tyson scritte tra il 1986 e il 1987, quando Tyson stava diventando Tyson.
La tesi del libro è una sola, e va contro tutto quello che di solito si scrive sul pugilato: la boxe non è una metafora di niente.
«La boxe è soltanto come la boxe»
, scrive lei. La vita, semmai, le assomiglia.
Da lì in avanti il libro fa il contrario di quello che promette il genere. Non celebra, non condanna, non spiega. Si chiede se il pugilato vada proibito e risponde di no, ricordando che il football americano e le corse automobilistiche uccidono di più.
Racconta Joe Louis contro Max Schmeling nel 1938, il pugile nero contro il campione di Hitler, e non ne ricava una morale.
È il modello opposto a quello di «The Fight» di Norman Mailer, dove il cronista si mette al centro della scena. Oates resta fuori, e guarda.
Quello che il libro non è
Va detto quello che manca, perché manca per costruzione.
«Sulla boxe» è, dichiaratamente, un tentativo di capire la mistica del maschile guardando lo sport più maschile di tutti. Il mondo che descrive è un mondo di uomini, e nel 1987 lo era anche nei fatti: le donne sarebbero entrate nel pugilato olimpico solo nel 2012, venticinque anni dopo. Chi lo legge oggi legge un libro sulla metà di una cosa.
E c’è un’ammissione che Oates ha fatto alla radio, a Terry Gross, nell’anno dell’uscita: gli incontri dal vivo fa fatica a guardarli.
Questo è il punto in cui il libro diventa serio. Non è scritto da qualcuno che ha risolto il proprio rapporto con la boxe. È scritto da qualcuno che non ci riesce, e che invece di nasconderlo lo mette in pagina.
L’edizione di “Sulla boxe”
In Italia esce per 66thand2nd, nella traduzione di Leonardo Marcello Pignataro, con quattro saggi in più rispetto alla prima edizione italiana, che era del 1988 per Edizioni e/o.
Il padre di Joyce Carol Oates, in quella palestra di Buffalo, aveva dato una risposta sbagliata. Sua figlia ci ha costruito sopra il libro più serio che sia mai stato scritto su questo sport, e non ha mai smesso di andare agli incontri.
Gli altri libri della nostra Biblioteca della boxe.

Matteo Ferazzoli è giornalista pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio (tessera n. 170928). Ha scritto per: Ultima Voce, il Messaggero, l’Inchiesta, Io Gioco Pulito e altre testate locali e nazionali. Ha pubblicato il romanzo “Buio sopra il sole” e diversi racconti per Urbone Publishing. Fondatore e direttore responsabile di «Essere, rivista di boxe e anime salve», racconta il pugilato come lente su storie di classe, migrazione e riscatto.
