Alla serata tra Benavidez e lo Zurdo, Teofimo Lopez incrocia Rolando Romero. Si conoscono da una vita, quei due. Romero adesso è il campione WBA dei welter. Lopez gli butta lì una battuta, tipo “facciamo questo incontro”. Romero sorride, non risponde. Poi, mentre escono dall’arena, Teofimo chiama i legali: fatelo, voglio affrontarlo.

Sabato 22 agosto, T-Mobile Arena di Las Vegas. Dodici riprese. Titolo WBA dei pesi welter, 147 libbre — sessantasei chili e rotti, per essere precisi 66,678. È la prima volta che Lopez combatte in questa categoria.

Ha fatto ventinove anni il 30 luglio. Il record dice 22-2: tredici vittorie prima del limite, due sconfitte tutte e due ai punti. Non ha un promoter. La serata è di TGB Promotions insieme alla sua Takeover Promotions. All’angolo c’è suo padre.

Dall’altra parte del ring, un tizio con cui ha condiviso anni di sparring. DraftKings dà lo sfidante a -225, il campione a +175.

Il posto era già di un altro

Dicembre 2015. Teofimo Lopez vince i trials olimpici americani a Reno. Ma non basta. L’AIBA, per la prima volta, aveva dato l’unico posto disponibile per i pesi leggeri al vincitore della World Series of Boxing, un certo Carlos Balderas. Lopez lo sapeva già: vincere i trials, al massimo, ti faceva riserva.

Però i suoi genitori sono honduregni. Allora prende quel passaporto, rappresenta l’Honduras, arriva in finale al preolimpico continentale e va a Rio. Lì perde subito, 3-0, contro il francese Sofiane Oumiha — che poi prenderà l’argento.

La tv di Las Vegas, KSNV, gli dedica un servizio alla vigilia dei Giochi. Titolo: American boxer forced to represent country he barely knows. Nel servizio, Lopez dice di essere stato in Honduras due volte in vita sua. Suo padre dice che è arrabbiato per l’esclusione dalla squadra americana.

Ottobre. Bob Arum annuncia la firma con Top Rank. Commenta a ESPN: è un peccato che non sia nella squadra olimpica Usa. Nel pugilato dilettantistico, dice, c’è la politica.

Quello che il ragazzo vide dalla porta della cantina

Il nonno di Teofimo è nato nel 1916 ad Ávila, in Spagna. Dopo la guerra è arrivato in Honduras. Lì aveva un panificio, un posteggio per taxi, un negozio di scarpe.

In quella terra, tra il Mar dei Caraibi e il Pacifico, nella sua vita entrano gli occhi di Yolanda Romero. Lei non ha più di diciotto anni. Tre anni dopo, nel 1968, nasce Teofimo Lopez Sr.

I suoi genitori stavano insieme in un modo che da bambino lui non capiva. Passione e distanze, tenute apposta. Una volta provò a riavvicinarli. Sua madre lo fermò con una combinazione di quattro colpi.

Il padre lo picchiava con la cinghia, lei con un filo elettrico. Dai cinque anni in poi, Lopez Sr. fa la spola: in Honduras dal padre, a Brooklyn dalla madre, che lavora in una fabbrica di sapone e sta da uno zio.

A quattordici anni, un dipendente del negozio di scarpe viene a cercarlo. Suo padre non sta bene, lo vuole vedere. Lui ha una sbornia addosso e risponde che passa dopo. L’uomo torna verso mezzogiorno. Prima che possa aprire bocca, Senior si butta per terra. Aveva già capito. Così è morto suo padre.

Di sua madre, ha detto: doveva amarlo davvero, suo marito, perché dopo quella morte non fu più la stessa. Yolanda Romero López comincia a parlare con gli spiriti. Si alza di notte con un coltello, si toglie la camicia in pubblico. Finisce al Bellevue, nel reparto psichiatrico.

Erano le sbronze del figlio a farle tornare la tenerezza. Lui rientrava dopo tre o quattro giorni di cocaina e alcol. Lei gli cucinava una sopa de res e lo teneva stretto finché non si addormentava. Poi tornava al Bellevue.

E non basta. Quando ha diciassette anni, un cugino va a cercarlo: sua madre lo sta chiamando. Senior è fuori con una ragazza e non si muove. Sua madre decide che di questa vita non ne può più.

La trova senza anima proprio Teofimo Sr. A Kriegel ha detto: ho perso le due cose che amavo di più, e ho sbagliato tutte e due le volte. Quella rabbia, dice, non lo lascerà mai.

Povero, orfano, immigrato. L’unica porta che gli si apre è quella delle droghe, dello spaccio. Il suo territorio: la Fourth Avenue, da Bay Ridge al Sunset Park.

Jenny era ancora un’adolescente quando si innamora di lui. A Kriegel, Teofimo Jr racconta che a lei piaceva il modo in cui Senior amava sua madre. Non le dava fastidio che fosse uno bravo con le mani. Una volta lo vide svuotare da solo un intero bar a Red Hook. «Come Bruce Lee», dice. La gente lo sfotte, aggiunge, ma lui non ha mai lasciato che qualcuno mancasse di rispetto a lei. Lei e suo marito la strada la conoscono.

Teófimo Andrés López Rivera nasce il 30 luglio 1997 a Brooklyn, al NYU Lutheran Medical Center. È il primo maschio dopo due femmine. Vivono nel territorio del padre, e ci restano fino ai suoi cinque anni.

Poi la famiglia si trasferisce a Davie, in Florida, sopra Miami.

La casa è a due isolati dalla palestra della Police Athletic League. A sei anni suo padre lo mette a boxare. Il primo ricordo di boxe che ha raccontato a ESPN è di quell’età: tira un gancio al sacco a doppio elastico e si impiglia il braccio in un moschettone d’acciaio rimasto aperto. Il padre era fuori, in macchina, a parlare con dei tizi.

Dell’adolescenza in Florida ha raccontato che gli capitava di andare a prendere suo padre al bar e trovarlo steso su un tavolo da biliardo. O in cantina. O di averlo visto una volta tirare cocaina dentro un locale. Diceva che continuava a fare traffici, e che lui e sua madre facevano quello che serviva per la famiglia.

Diceva anche che sua madre è leale, che starà sempre dalla sua parte. Faceva la barista in uno strip club. A sedici anni, lui le dava una mano dietro il bancone.

Quarantaquattro secondi

Teofimo Lopez debutta tra i professionisti il 5 novembre 2016. Thomas & Mack Center, sottoclou di Pacquiao-Vargas. Knockout alla seconda ripresa su Ishwar Siqueiros.

8 dicembre 2018, Hulu Theater del Madison Square Garden. Stende Mason Menard con un destro dopo quarantaquattro secondi. A pochi isolati, quella sera, si consegnava l’Heisman Trophy. Lui sale sul ring con la maglia di Kyler Murray. Il knockout finisce tra i candidati dell’anno e si mangia il main event, Lomachenko-Pedraza.

2 febbraio 2019, a Frisco in Texas. Ferma Diego Magdaleno alla settima. Esulta mentre l’avversario è ancora a terra. Per quell’esultanza, lo criticano a lungo.

14 dicembre 2019, di nuovo al Garden, di nuovo nella sera dell’Heisman. Prende il titolo IBF dei leggeri fermando Richard Commey alla seconda ripresa, a 1:13.

Combatte in guardia ortodossa, allungo 174 cm. Timothy Bradley Jr., per ESPN, lo definisce un contropuncher prolifico, combinazioni pesanti, buon gioco di gambe. Quando chiude, chiude con il destro: Menard, Magdaleno, Commey.

17 ottobre 2020, MGM Grand Conference Center. Davanti a lui c’è Vasyl Lomachenko. È la prima serata di boxe dopo lo scoppio della pandemia. In sala, duecentocinquanta persone.


Nel video, l’intero incontro tra Loma e Teo.

Sfavorito? Vince nettamente ai punti: 116-112, 117-111, 119-109. Si porta a casa WBA Super, WBO e The Ring dei leggeri.
Le statistiche CompuBox: Lomachenko colpisce con il 44% dei colpi, lui con il 28. Nell’ultima ripresa, Lopez ne piazza cinquanta su novantotto. Il massimo che Lomachenko avesse mai subito in una singola ripresa.

Bradley dice che gli ricordava un po’ il giovane Roy Jones Jr. Dal primo round aveva controllato la distanza, mentre l’altro. che parte lento, “scaricava informazioni”.

Sua madre non lo vide. Non ha mai visto un suo incontro, né da professionista né da dilettante. Quella settimana racconta a La Prensa, quotidiano honduregno: è il mio unico figlio maschio, ho paura, resto in camera a pregare. Niente tv, niente social.

Quando tutto finisce, la chiamano tutti insieme, facendo a gara per arrivare primi. Perché hanno visto le sue lacrime e sanno come le passa, quelle ore.

Alla stessa testata, qualche mese dopo, il figlio dice: mia madre è sempre stata così. Sta in camera a chiedere a Dio di proteggermi. Preferisco continui così. Non voglio vederla soffrire per i colpi che prendo. Una cosa che lei non accetterà mai.

La rivincita la rifiuta. Nel contratto non c’era la clausola, dice. E nell’angolo avversario si erano comportati male con lui e con suo padre.

L’aria dove l’aria non dovrebbe stare

Per la notte di Lomachenko prende 1.350.000 dollari. La borsa più alta della carriera fino a quel momento. Lomachenko ne prende circa 3,5 milioni.

Prima difesa: contro l’australiano George Kambosos Jr.

Incontro previsto per il 27 novembre 2021, all’Hulu Theater. Teofimo – forse sottovalutando il cuore dell’avversario – promette KO al primo round.

Invece, al primo round, a terra ci finisce lui. Continua, alla decima ripresa mette Kambosos a terra. Ma non basta. Perse ai punti, verdetto diviso: 114-113 per lui su un cartellino, 115-112 e 115-111 contro sugli altri due.

In una notte perde WBA Super, IBF, WBO e The Ring. I bookmaker davano Kambosos sfavorito 10 a 1, o 13 a 1, a seconda della fonte.

Al pronto soccorso, quella notte, gli diagnosticano uno pneumomediastino. Aria nel mediastino, aria estesa anche nello spazio retrofaringeo.

Kriegel, che il 4 dicembre torna a scriverne per ESPN, indica come probabile causa una piccola lacerazione dell’esofago, formatasi dopo il peso mentre si reidratava. Linda Dahl, otorinolaringoiatra di Manhattan, già medico di bordo ring per la commissione atletica di New York, dice al giornalista: poteva morire.

Di sicuro. Non si spiega come abbia fatto a respirare. Era come avere centotrenta chili legati sul petto. Peter Constantino, direttore del New York Head and Neck Institute, dice che è fortunato a non essere morto. E lo ripete.

Lo stesso giorno Lopez scrive sui social: la mia salute non è una scusa. Ho rischiato di morire.
Un pugile, tra l’altro, che da sempre ha l’asma. Ci convive da tutta la carriera.

E non solo: dopo Kambosos arrivano l’artroscopia al polso e quella al gomito.

Su un altro ritorno da un letto d’ospedale, qui trovi la storia di Vinny Pazienza.

«Ce l’ho ancora?»

Torna tra le corde il 13 agosto 2022. Passa ai superleggeri. Ferma Pedro Campa alla settima.

10 dicembre 2022, affronta Sandor Martín. A dodici secondi dal gong della seconda ripresa, un gancio destro in contropiede lo mette a terra. Lui contesta la decisione dell’arbitro. Alla settima va giù una seconda volta. L’arbitro giudica scivolata. Per ESPN, BoxingScene e Martín (e anche per noi) fu un chiaro atterramento.

Vince ai punti, ma non meritava. Verdetto diviso: 95-94 per Martín su un cartellino, 96-93 e 97-92 per Lopez sugli altri due.
10 giugno 2023, sempre all’Hulu Theater. Batte ai punti Josh Taylor, imbattuto e campione unificato dei superleggeri. Prende WBO e The Ring. Due giorni dopo annuncia il ritiro.

Poi torna. Difende il titolo tre volte: Jamaine Ortiz l’8 febbraio 2024, Steve Claggett il 29 giugno 2024, Arnold Barboza Jr. il 2 maggio 2025. Nel marzo 2025 salta la difesa contro Subriel Matías, attacca pubblicamente il promoter: una vergogna che Top Rank lo metta con uno senza valore commerciale. Finisce invece nella card di Times Square di Turki Alalshikh.

Contro Barboza vince 116-112, 116-112, 118-110. Va a segno 127 volte su 574 colpi. Quasi tutta la stampa giudica la prestazione povera.

Nello stesso periodo, si interrompe il lavoro con Eddy Reynoso, l’allenatore di Canelo. Lopez racconta: Reynoso non ha mai parlato con mio padre, comunicava attraverso il team. Quella roba lì fa male.

31 gennaio 2026, Madison Square Garden. Shakur Stevenson gli toglie i due titoli con un 119-109 su tutti e tre i cartellini. Stevenson piazza 105 jab — record personale e massimo mai subito da Lopez in un incontro. Il mancino gli apre un taglio sull’occhio sinistro. Lo colpisce più del doppio delle volte pur avendo tirato quasi cento colpi in meno.

Sugli spalti, 21.324 spettatori. Record di affluenza per un incontro di boxe nell’attuale Madison Square Garden, aperto nel 1968.
Dopo l’incontro, Lopez dice: il mio angolo ha fatto un lavoro fenomenale, le indicazioni erano ottime. Sono stato io a non ascoltare.

Dice anche: mi odio per questa sconfitta, ma fa parte del gioco. Secondo me Dio mi punisce molto, non ho mai avuto la mia parte. Ma non bisogna mollare mai.

«Non mi scuso per niente di quello che dico»

Aprile 2023, a Punch Drunk Boxing. Prende di mira i commentatori di ESPN Andre Ward e Timothy Bradley. Dice: una cosa che amo del mio sport è poter ammazzare un uomo e cavarsela. E che quello era il suo ultimo incontro su ESPN: se vogliono i pugili neri, se li tengano.

Fine maggio, stesso sito, alla vigilia di Josh Taylor: non sarebbe Teofimo se si scusasse. Non si scusa per niente di quello che dice. Se uno lo prende male, sono affari suoi. Suo padre aveva provato a spiegare che le parole del figlio erano state fraintese.

Ottobre 2024, intervistato da Broadway Joel. Gli chiedono se preferisca affrontare Terence Crawford o Gervonta Davis. Risponde: quale scimmia vuole la banana. Aggiunge che loro si definiscono gorilla, e che lui è un leone che se li mangia.

Crawford, parlando con Bernie Tha Boxer, risponde: Teo è come un bambino che urla per avere attenzione. Se avesse detto una cosa simile, lui o Tank li avrebbero cancellati. L’odio che uno ha dentro esce sempre. Non è una cosa uscita adesso, ma una cosa che a quell’uomo hanno insegnato da bambino.

Febbraio 2025. Lopez ride di un video in cui Keyshawn Davis accusa Denys Berinchyk di avergli mandato una banana in albergo. In molti pensano che l’abbia mandata lui.

In conferenza stampa, il 4 marzo, dice di non essere razzista. Che hanno detto che il primo essere umano era una scimmia di nome Lucy. Che non è razzismo, è come lo prendi tu. Una banana è potassio, lo stereotipo ce lo mette chi ascolta.

In un altro passaggio dice: siamo tutti razzisti, ognuno di noi, perché siamo contro l’unica razza che conta, la razza umana.

La notte della sconfitta con Stevenson, davanti ai giornalisti, si rivolge a fratelli e sorelle neri per dire che li ama, che non ha mai voluto fare loro del male. E porge le sue condoglianze per la schiavitù e tutto quello che è successo.

Il gringo catracho

25 gennaio 2022. Atterra a Tegucigalpa, Honduras, con suo padre.

All’aeroporto di Toncontín dice: mi sento molto orgoglioso, è una benedizione, hanno una prima donna presidente. L’ultima volta che era stato in Honduras era il 2016. Dice che parlerà con la socialista Xiomara Castro e con tutta la gente. Il gringo catracho è qui. L’invito lo aveva accettato pubblicamente all’inizio del mese, ringraziando il popolo honduregno.

27 gennaio, tra gli invitati d’onore allo Stadio Nazionale. Insieme a Kamala Harris, Cristina Fernández de Kirchner, Nayib Bukele, Andrés Manuel López Obrador. Il giorno dopo, lo ricevono a Casa Presidencial. Regala alla presidente una delle sue cinture mondiali. Spiega che sul retro c’è la firma di Mike Tyson.

Poi va nella colonia Las Brisas con il sindaco Jorge Aldana. Porta cibo e bevande alle famiglie, firma autografi, corre con i bambini attorno al campo di calcio. Aldana gli propone di diventare ambasciatore internazionale del Distrito Central.

El Heraldo, il 26 gennaio, riferisce che in un’intervista padre e figlio hanno spiegato di aver sostenuto la candidatura di Castro perché nella formula presidenziale c’era Salvador Nasralla, il commentatore sportivo che li aveva molto appoggiati nella carriera.

Settembre 2025, di nuovo a Tegucigalpa, allo stadio Chelato Uclés, per le sfilate del giorno dell’indipendenza. Annuncia di voler rappresentare l’Honduras ai Giochi di Los Angeles del 2028 e di voler sostenere economicamente il comitato olimpico honduregno.

Dice che servono strutture per tutti gli atleti. Che vuole aprire palestre non solo nella capitale ma in diversi luoghi del paese. Che lo farà con i soldi che guadagna in ogni incontro. Dice che i bambini hanno la possibilità di uscire dalle cose brutte.

La promessa l’aveva già fatta due volte. Ottobre 2020, pochi giorni dopo Lomachenko, l’Associated Press riferisce che il padre aveva dichiarato l’intenzione di costruire palestre di boxe in Honduras. A El Heraldo lui dice di essere più che sicuro che in Honduras ci debba essere un altro Teófimo.

Gennaio 2022, nelle cronache dell’insediamento, si scrive del suo desiderio di creare una fondazione che aiuti i bambini a praticare la boxe.

Dal 2020 a oggi, non si trovano riscontri pubblici dell’apertura di una palestra né dell’esistenza di una fondazione registrata. (ma magari non siamo stati così bravi noi a trovare notizie,nda)

Rolly Romero e Teofimo Lopez

Rolando Florencio Romero Moreno nasce il 14 ottobre 1995 a Las Vegas, da genitori cubani. Suo padre Rolando è stato tre volte campione nazionale dilettanti a Cuba.

La scheda ufficiale della PBC racconta che ha messo i guantoni a sedici anni, alla Johnny Tocco’s Ringside Gym, dopo aver guardato le Olimpiadi del 2012. Prima faceva judo. Tre settimane passate a Cuba, dove vide la povertà, lo fecero crescere un po’. Record: 17-2, tredici vittorie prima del limite. Lo allena il cubano Ismael Salas.

Il titolo lo vince il 2 maggio 2025, a Times Square. Batte Ryan Garcia ai punti: 115-112, 115-112, 118-109, e lo mette a terra alla seconda ripresa.

Era la cintura WBA regular, quella secondaria, perché il campione pieno era Jaron Ennis.

Tra il 31 luglio e il 1° agosto 2025, Ennis lascia i welter per i superwelter e la WBA promuove Romero a campione pieno. Il 21 maggio 2026 lo designa Super World Champion, su richiesta formale del suo team, approvando nello stesso atto Shakhram Giyasov contro Jack Catterall per il mondiale vacante della categoria.

Quel titolo non l’ha mai difeso. Il 22 agosto lo mette in gioco per la prima volta, dopo quindici mesi e venti giorni senza combattere.

I due si conoscono da più di dieci anni. Hanno fatto sparring per anni, erano amici stretti. Latin Times scrive che si allenavano insieme alla Johnny Tocco’s da ragazzi, negli anni in cui entrambi rincorrevano un posto per Rio.

Alla conferenza stampa di inizio agosto, Forbes riferisce che Romero ha raccontato: una volta Lopez gli diede cinquemila dollari di punto in bianco, perché sapeva che era in difficoltà con i soldi.

Il 9 luglio Romero dice: Teofimo non è mio amico, è il mio fratellino. Lui è già da Hall of Fame.

Se deve perdere quella cintura o difenderla, preferisce farlo con lui che con chiunque altro. E dice: un incontro è un incontro, uno sparring è uno sparring. Si spara tutti con tutti, la gente si prende dei colpi. Adesso lo fanno sotto le luci grandi, per una cintura.

Alla stessa conferenza, Ismael Salas spiega perché per Rolly è l’incontro perfetto: Lopez viene avanti sempre sbilanciato in avanti, col mento in aria. Teofimo López Sr. risponde: qualunque stile va bene per suo figlio quando è dentro l’incontro con la testa. Con suo figlio è tutto mentale.

A metà agosto, nel podcast Mr. Verzace del Ring Magazine, padre e figlio litigano in pubblico sull’angolo della notte di Stevenson. Il figlio: quando sanguini, quando lasciano fare a Shakur tutto quello che vuole, e hai appena battuto il record di affluenza del Madison Square Garden, il tuo allenatore non ti dà istruzioni, ti demolisce e basta. Il padre: mi stai dando la colpa. Il figlio, alla fine: ma allo stesso tempo, sei mio padre. Il padre sostiene che qualcuno stesse cercando di logorare mentalmente suo figlio prima dell’incontro. Dice di aver lasciato i social.

All’allenamento aperto dell’11 agosto, Lopez dice che il suo vantaggio più grande sarà il fatto di essere semplicemente il pugile migliore.

E che le qualità di Rolly sono sottovalutate, che controlla il ritmo e si prende l’incontro e tutti se lo dimenticano, che è campione del mondo per un motivo. Dice anche di essere stato troppo gentile con lui, perfino nei loro sparring. È il momento di alzare il livello.

Alla conferenza stampa, suo padre ricorda la notte stessa della sconfitta con Stevenson. Fu Romero, quella notte, a dirgli di portare suo figlio ai welter.

Romero e Lopez si affrontano nella notte fra il 22 e il 23 agosto: qui trovi dove vedere Romero-Teofimo Lopez, e qui gli altri appuntamenti in calendario della boxe.

Il sabato mattina mandiamo i cinque pezzi migliori della settimana. Si chiama la posta della rivista.