«Qué le vas a hacer, ñato.»
Comincia così «Torito», il racconto che Julio Cortázar pubblica nel 1956 dentro «Final del juego».
Nessuna descrizione, nessuna presentazione. Un uomo che parla, e basta.
Un monologo da un letto
Il narratore è disteso, e non si alzerà più. Ricorda le notti d’inverno che non finiscono, andare a letto presto, alle nove o alle dieci, perché fuori non c’è più niente da fare.
Cortázar scrive tutto il racconto in prima persona, nel parlato di un uomo di quartiere, mescolando il gergo del ring a quello della strada.
Non c’è narratore esterno che spieghi, non c’è una voce che giudichi. C’è solo lui, che ricorda ad alta voce mentre il corpo lo abbandona.
Il pugile vero dietro la finzione
L’uomo che parla è Justo Suárez, e non è un personaggio inventato.
Nasce a Buenos Aires il 5 gennaio 1909, quindicesimo di venticinque figli in una famiglia povera del quartiere di Mataderos, ai margini sud-occidentali della città. Diventa professionista a diciotto anni, e in pochissimo tempo è il primo grande idolo popolare dello sport argentino: lo chiamano «El Torito de Mataderos».
Poi arriva la tubercolosi. Suárez muore a ventinove anni, il 10 agosto 1938, lontano da Buenos Aires, in una provincia dell’interno.
Quando la salma torna nella capitale, la folla che accompagna il corteo solleva la bara e la porta al Luna Park, lo stadio delle sue notti migliori, prima di lasciarla al cimitero della Chacarita.
Cortázar era un suo ammiratore. Dedicò il racconto al maestro che, da ragazzo, gli aveva raccontato le imprese di Suárez in una scuola di Buenos Aires: un modo per restituire, quasi vent’anni dopo la sua morte, una voce a un uomo che l’Argentina intera aveva pianto.
Perché resta un modello
«Torito» non racconta un match. Non c’è un ring, non ci sono riprese, non c’è un verdetto. C’è solo un uomo che il ring lo ha già lasciato, e che lo ricorda dal punto più basso della sua vita.
È la lezione più dura che Cortázar lascia a chi scrive di boxe: il pugile che vale la pena raccontare non è quello che vince.
È quello che, arrivato alla fine, prova a mettere in ordine quello che gli è successo, per l’ultima volta, prima di smettere di parlare.
L’edizione italiana
In Italia si legge in «Fine del gioco», Einaudi, nella traduzione di Ernesto Franco e Flaviarosa Nicoletti Rossini. È anche dentro «I racconti», il volume che raccoglie l’opera narrativa completa di Cortázar per Einaudi, a cura di Ernesto Franco.
Una delle strade attorno allo stadio del Nueva Chicago, nel quartiere dove Suárez è nato e cresciuto, porta ancora il suo nome.
Cortázar ha scritto anche altri racconti sulla boxe, ad esempio «La notte di Mantequilla», ambientato in tutt’altro registro.
Gli altri libri della nostra Biblioteca della boxe.

Matteo Ferazzoli è giornalista pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio (tessera n. 170928). Ha scritto per: Ultima Voce, il Messaggero, l’Inchiesta, Io Gioco Pulito e altre testate locali e nazionali. Ha pubblicato il romanzo “Buio sopra il sole” e diversi racconti per Urbone Publishing. Fondatore e direttore responsabile di «Essere, rivista di boxe e anime salve», racconta il pugilato come lente su storie di classe, migrazione e riscatto.
