Oscar Bonavena arriva a Città del Messico il 14 dicembre 1974, per assistere a un titolo mondiale dei welter che non lo riguarda: José «Mantequilla» Nápoles contro l’argentino Horacio Saldaño, al Palacio de los Deportes.

Tra il pubblico d’onore, la piccola corte del pugilato argentino: il promotore Juan Carlos Lectoure, due cronisti.

Prima dell’incontro, si presenta davanti ai fotografi con una maglietta scura. Sul petto, ricamate a lettere chiare, sette parole in inglese: «The Malvinas are Argentina’s».

Le Malvinas sono dell’Argentina.

Non la scrive in spagnolo. La scrive nella lingua dell’altro, perché la capiscano anche loro. L’idea gliel’aveva data un amico, l’editore Héctor Ricardo García. Quella notte, quasi nessuno ci fa caso. Sarebbero serviti altri otto anni, e una guerra, perché quelle sette parole trovassero il loro senso.

Chi era Ringo Bonavena

A Buenos Aires lo chiamavano Ringo, per il ciuffo alla Beatles. Sul ring lo chiamavano El Toro. Era figlio di immigrati italiani, cresciuto senza nulla, e combatteva senza stile: avanzava a testa bassa e incassava per colpire.

Fuori dal ring era anche un personaggio popolare, ospite fisso di programmi televisivi argentini come lo show di Pepe Biondi: un pugile, ma anche un intrattenitore. In sessantotto incontri, nessuno era mai riuscito a fermarlo.

La prima notte con Joe Frazier

Nel 1966 Bonavena batté ai punti George Chuvalo, uno dei massimi più duri del decennio. Poi, il 21 settembre, al Madison Square Garden, affrontò Joe Frazier, imbattuto e reduce dall’oro olimpico.

Lo stese due volte nel secondo round: nessuno, prima di allora, aveva mai steso Frazier a terra, e insieme a George Foreman resterà l’unico a riuscirci in carriera.

Frazier rialzò la testa e vinse ai punti, per decisione non unanime.

Il torneo che doveva incoronare un re

Nel 1967 il mondo dei massimi restò senza campione: ad Ali fu tolto il titolo per essersi rifiutato di arruolarsi in Vietnam.

La WBA organizzò un torneo eliminatorio per assegnarne uno nuovo, e Bonavena vi partecipò.

Contro il tedesco Karl Mildenberger lo mandò al tappeto quattro volte: lo aprì con un sinistro al volto nella prima ripresa, lo colpì con un destro a mannaia nella settima, lo fece cadere sui pantaloni nella decima, e chiuse ai punti all’unanimità.

Perse poi da Jimmy Ellis, che alla fine si aggiudicò il torneo e la cintura WBA.

Subito dopo si tolse un’altra soddisfazione: batté Zora Folley, vendicando la sua prima sconfitta da professionista, subita anni prima proprio contro di lui.

Il 10 dicembre 1968, a Philadelphia, arrivò la rivincita con Frazier, stavolta per il titolo NYSAC dei massimi. Persero quindici riprese, e stavolta la decisione fu unanime.

L’unica sconfitta, contro Muhammad Ali

Il 7 dicembre 1970, di nuovo al Garden, Bonavena affrontò Muhammad Ali per il titolo NABF dei massimi.

Era solo il secondo incontro di Ali dopo tre anni e mezzo di esilio, e molti pensarono che accettare quella sfida fosse un errore.

Il medico personale di Ali, Ferdie Pacheco, disse poi che quella notte il suo campione incassò più colpi che in qualsiasi altro match della sua carriera.

Bonavena resistette fino alla quindicesima e ultima ripresa, quando andò giù tre volte e l’arbitro fermò tutto. Fu la sola volta in carriera in cui lo fermarono.

Il suo record da professionista, secondo BoxRec, si chiuse a 58 vittorie, 44 per ko, 9 sconfitte e un pareggio.

Il ritiro e la fine a Reno

Nel marzo 1976 Bonavena ingaggiò come manager Sally Conforte, moglie di Joe Conforte, proprietario del bordello Mustang Ranch fuori Reno: diventò così la seconda donna, nella storia degli Stati Uniti, a guidare la carriera di un pugile professionista.

Tra i due nacque una relazione. Bonavena cominciò a dire in giro che presto avrebbe preso lui il controllo del locale, al posto di Joe Conforte, che gli intimò di lasciare Reno e di non tornare mai più.

Bonavena non ascoltò. Il 22 maggio 1976, una settimana dopo l’inaugurazione ufficiale del Mustang Ranch, si presentò comunque al cancello. Ad aspettarlo c’era Ross Brymer, una delle guardie di Conforte, che gli sparò un colpo di fucile al petto.

Bonavena morì sul colpo, a trentatré anni.

Brymer si dichiarò colpevole di omicidio colposo e fu condannato a una pena lieve, non più di due anni.

Molti, in Argentina, non hanno mai creduto alla versione della gelosia tra guardiano e ospite indesiderato: pensano che dietro quel colpo ci fosse lo stesso Joe Conforte. Nessuna inchiesta lo ha mai dimostrato.

[Buenos Aires aveva già avuto un idolo uscito dai quartieri dei mattatoi: Justo Suárez, il Torito de Mataderos, morto di tubercolosi a ventinove anni nel 1938. È il pugile a cui Julio Cortázar ha dedicato Torito].

Perché ce lo ricordiamo ancora

Il suo corpo tornò in Argentina, esposto al Luna Park di Buenos Aires, lo stesso genere di arena dove aveva combattuto da ragazzo. Centocinquantamila persone sfilarono davanti alla bara.

Bonavena non c’era più, quando arrivò la guerra delle Malvinas, nel 1982. Era già sotto terra da sei anni. Quest’anno, più di cinquant’anni dopo la sua maglietta, l’Argentina ha battuto l’Inghilterra ai Mondiali con un gol, allo scadere, di un giocatore soprannominato anche lui El Toro: Lautaro Martínez.

Cinquant’anni dopo quella maglietta, un altro pugile ha portato sul ring una bandiera, per una causa diversa dalla sua: Ahmed Obaid, con la Palestina sulle spalle.

È rimasta la fotografia di un pugile, lontano da casa, con una scritta in inglese perché la capissero anche loro.

Si chiamano Malvinas. Argentine, mai della Corona.

«Il medico personale di Ali, Ferdie Pacheco, disse poi che quella notte il suo campione incassò più colpi che in qualsiasi altro match della sua carriera».

[Se sei interessato ai racconti di boxe e alle migliori storie dei pugili, visita questa sezione della nostra Rivista!]