Un virus non sfonda la porta. Entra con le chiavi della cellula, si fa aprire dai suoi stessi recettori, e poi usa i macchinari che trova dentro per fabbricare altre copie di sé. La cellula continua a lavorare. Non si accorge di niente, finché non è tardi.

Dario Morello dice di essere troppo vecchio per cambiare il mondo, e che quindi ha scelto di sfruttarlo da dentro. Come un virus.
E intanto, sabato 22 agosto, alla Copper Box Arena (non più alla York Hall, dopo il cambio sede) di Londra, quel sistema lo porta a giocarsi il titolo europeo dei pesi medi.

Il rumore

Prima di lui, in Italia, un incontro di boxe si annunciava con un comunicato e qualche grafica.

Il 13 aprile 2024, invece, all’Allianz Cloud di Milano, Morello e Luca Chiancone si sono guardati in faccia per trentacinque minuti davanti alle telecamere, e la sera del match c’erano più di cinquemila persone e la diretta su DAZN.

Secondo Erwin Pintiliuc, citato dal Post, fu il primo incontro italiano in cui il trash talking ebbe un ruolo essenziale.

Da allora Morello non ha più smesso. Va sui social, provoca, si dichiara il più forte d’Italia, alza l’asticella, aizza e punge.

Ha una teoria precisa su tutto questo, e non è la teoria di un ingenuo. Dice che se sei mediatico e forte diventi un personaggio vincente, ma che se sei soltanto mediatico diventi un buffone.

Dice che più ti esponi, più cresce il numero di quelli che aspettano la tua caduta, e che non è cattiveria, è psicologia delle masse.

Cita la carriera di Mayweather, un maestro di boxe e di tutto quello che può girarci attorno, quando ogni avversario era quello che finalmente l’avrebbe battuto.

E dice che la capacità di vendere è una qualità come la velocità o la tecnica, e che come quelle va allenata.

Non sostiene di aver inventato niente. Sostiene di aver portato in Italia un modello che funzionava già altrove, adattandolo, perché il gangster americano qui non lo compra nessuno.

Lo amano e lo odiano. Lui va avanti.

Nel tempo, è diventato il frontman della promotion TAF (The Art of Fighting,nda), connubio che ha giocato ad entrambi: a Dario, per continuare a credere nel suo sogno, a TAF per crescere in posizionamento e visibilità.

Schierarsi: quello che il sistema non vuole sentire

Qui però il paragone con il virus si rompe.

Perchè un virus, dentro la cellula, non dice niente. Lui invece, una volta entrato, ha cominciato a parlare, a esporsi, a schierarsi.
Ha raccontato che all’inizio della carriera non si esponeva, e che tra le regole non scritte del mestiere ce n’era una molto chiara: non parlare di politica, per non farsi nemici.

Poi si è accorto che a telecamere spente tutti dicevano quello che pensavano davvero, e ha smesso di rispettarla.

Da allora ha detto che l’antidoping è una piaga della boxe internazionale e che servono pene uguali per tutti, portando come esempio di disparità il trattamento riservato a Canelo, e facendo notare che un pugile italiano non potrebbe permettersi economicamente di difendersi in un procedimento del genere.

Ha attaccato la federazione e i metodi della nazionale, che descrive come un ambiente tossico. Ha detto che non esiste professionismo se per un titolo si prendono tremila euro in una palestra scolastica.

Ha detto che le istituzioni della sua regione, alla proposta di portare in Calabria un evento TAF, non hanno neanche risposto.

Sui suoi profili social spesso prende posizione contro il razzismo, si dichiara antifascista senza girarci intorno.

Tra l’altro, recentemente, proprio mentre è in ritiro per il match di Londra, ha ricondiviso una storia in solidarietà con gli abitati di Spin Time, –a cui la nostra redazione si aggiunge,nda- l’edificio di via Santa Croce in Gerusalemme a Roma occupato dal 2013 da circa quattrocento persone di ventisette nazionalità, evacuato e posto sotto sequestro dopo un principio d’incendio a fine luglio, con centinaia di persone rimaste a dormire in strada sotto i quaranta gradi.

È notevole la sua voglia di esporsi, e vale la pena capire quanto costa.

Un pugile professionista dipende da un promoter che lo mette in cartellone, da una federazione che gli dà la licenza, da una televisione che decide se ha un pubblico. Il silenzio, in quel mestiere, è la scelta razionale. Tacere non ti toglie niente e non ti fa perdere nessuno.

E nell’epoca di idiozie raccapriccianti, nei giorni di schifezze spacciate per opinioni, di deportazioni vestite a sera con un altro nome, nei tempi in cui il sonno della ragione ha generato mostri, lui si schiera anche mentre si prepara per il match più importante della sua vita.

Scusate – direbbe Francesco Guccini, a cui dedichiamo un brindisi,nda– non mi lego a questa schiera, morrò pecora nera.

In Calabria era il napoletano

Dario Morello è nato a Cetraro, in provincia di Cosenza, il 28 giugno 1993, ed è cresciuto a Fuscaldo Marina.

I genitori si separano quando è bambino. La madre è napoletana, il padre calabrese, e lui comincia a fare la spola.

In Calabria era il napoletano. A Napoli era il calabrese.

Non c’era un gruppo in cui stare, e il combattimento entra nella sua vita da lì: come reazione a un disagio, non come vocazione.
C’è un dettaglio, in quel racconto, che spiega più di tante pagine: era un bambino grassoccio perché aveva due nonne, una calabrese e una napoletana, e tutte e due misuravano l’affetto in chili di cibo.

Un bambino che nessuna delle due terre riconosceva come proprio, ingrassato dall’amore di entrambe.

Il veterinario e la professoressa di filosofia

Suo padre, Ercole, fa il medico veterinario ed è stato un pugile dilettante. Sua madre insegna filosofia.
Lui si è iscritto a Giurisprudenza e ha mollato a sei esami dalla laurea, e dice che i suoi non l’hanno mai digerita. Si è poi laureato in Scienze Motorie online, in un ateneo statunitense.

Nel 2024 ha detto al Post che lui e altri come lui si discostano dal cliché del pugile cresciuto nelle case popolari, che sono nati in contesti agiati, e che la boxe la fanno per piacere e non per riscatto.

Questa rivista si nutre di storie di riscatto. Lui dice che la sua non lo è, e sui fatti ha ragione.

Ma il riscatto non è solo una faccenda di classe sociale o soldi. Il bambino che a otto anni non trovava un gruppo in cui stare da qualcosa si è riscattato, e non era la povertà.

L’angolo è la famiglia

Nell’angolo c’è suo padre, che lo allena. Il padman è Giorgio “Giorgione” Schiavina, campione italiano e internazionale nel mondo della Muay Thai.

Nel team Morello, ci sono anche i cugini, Vincenzo «Irish» Lizzi e Roberto «Mumma» Lizzi, che sono pugili a loro volta. A casa della zia, quella dei Lizzi, lui ci ha vissuto a lungo. E la palestra dove tutto è cominciato era di suo zio, a Fuscaldo Marina. Suo padre ci faceva da sparring partner.

Dal 2024 è fidanzato con Serena Brancale. Lui è comparso nel video di «Anema e core», lei è tornata a Sanremo quest’anno.

Su come sia cambiata la sua vita da quando quella di lei è diventata pubblica, ha detto una cosa asciutta: che lui non è un personaggio, è sé stesso, e quindi non c’è niente da conciliare.

Aggiunge che stavano insieme prima che lei diventasse famosa, e che il suo salto pugilistico è coinciso con quell’incontro. Dice che non è un caso.

Come combatte Dario Morello

Un metro e settantotto, guardia destra, settantadue chili. Ventisei vittorie, una sconfitta, quattro incontri vinti prima del limite.

Del proprio stile dice che è un furto sistematico: anni a guardare video di campioni prendendo non quello che gli piaceva, ma quello che poteva effettivamente rifare.

Sostiene di essere stato tra i primi in Italia a usare la Philly Shell, quando i maestri ripetevano soltanto di tenere le mani su.

Due qualità se le dà al massimo: la scelta di tempo, e l’adattabilità.

Il 19 settembre 2019, a Firenze, ha perso l’unico incontro della sua carriera contro l’inglese Luther Clay, andando a terra alla quinta e alla settima. Di quella sera dice che sapeva cosa fare ma si guardava da fuori: si era inceppata proprio l’unica cosa su cui si dà il massimo.

È andato a terra altre due volte e ha vinto lo stesso. Contro Yassin Hermi, il 17 maggio 2025, cade al primo round e poi rimonta e si prende il titolo italiano dei medi. Vince il vacante titolo italiano dei medi. Contro Faton Vukshinaj, l’8 novembre, prende un conteggio alla quinta e chiude ai punti: 114-113, 114-113, 115-112. Di quel conteggio dice che lo ha destabilizzato, e che per tre riprese gli ha tolto la serenità.

In ogni caso, si aggiudica il vacante EBU Silver dei pesi medi.

In passato, aveva già conquistato il titolo italiano dei welter, il WBO Global della stessa categoria, altre cinture minori della sigla UBO e, nel match contro Luca Chiancone, si era aggiudicato il WBC Mediterraneo dei medi.

La strada di casa

Gli hanno chiesto perché non faccia le guerre, quelle che il pubblico ricorda.

Ha risposto che se le facesse nessuno se le ricorderebbe il giorno dopo, ma che lui le sconterebbe in futuro, quando balbetterà e quando si scorderà la strada di casa.

Sui traumi cerebrali dice che le conseguenze sono scientificamente provate, che vanno prevenute, e che va superata la retorica machista del mai un passo indietro. Sulla morte sul ring dice una cosa che non dice nessuno: che ne tiene conto non mentre combatte, ma quando si tratta la borsa, perché il pericolo che corri deve essere pagato.

E rifiuta le due retoriche opposte su questo sport.

A chi dice che la boxe non è violenta risponde che è una retorica pericolosa. A chi la racconta come redenzione automatica risponde che se sei uno stronzo e fai sport da combattimento, resti uno stronzo che sa tirare i pugni meglio.

Per qualcuno funziona, dice, ma perché erano persone sfortunate, non cattive.

Il 22 agosto 2026 Morello – Liddard

Il 23 maggio, all’Allianz Cloud, Morello era seduto tra il pubblico. Sul ring, Paolo Bologna vinceva la cintura europea EBU Silver dei pesi medi.

Fino a nove giorni prima quella cintura era sua. Una lesione di due centimetri al bicipite gli aveva fatto saltare la difesa, e il titolo era stato dichiarato vacante.

Lui è andato lo stesso, e l’ha guardata finire addosso all’uomo che avrebbe dovuto battere.

Sabato 22 agosto, alla Copper Box Arena di Londra, affronta George Liddard per il titolo europeo dei pesi medi, vacante. Dodici riprese, organizza Matchroom di Eddie Hearn, diretta DAZN.

Liddard ha ventiquattro anni, è imbattuto dopo quattordici incontri con otto vittorie prima del limite, è campione britannico e del Commonwealth, ed è il favorito. A fine luglio, su Instagram, ha rilanciato un’intervista in cui Morello sosteneva che, se non fosse inglese e gestito da Hearn, non lo si considererebbe superiore a Hermi o a Joshua Nmomah.

Si sono e lo stanno facendo ancora adesso, stuzzicando molto sui social. Nello stile di Dario.

Morello arriverà al match senza cintura, dopo nove mesi e mezzo senza combattere, tre mesi dopo un infortunio, in casa dell’avversario, contro il pugile della promotion più potente del mondo.

Proprio a questo dovrà star attento, oltre che alle abilità di Liddard. Agli aspetti impuri della boxe: arbitraggio di parte (come parzialmente successo a Etinosa Oliha a Dublino), a verdetti fortemente condizionati da ambienti e poteri.

Lo sa, Dario. Non ha paura. Dice che se fa bene il lavoro che ha preparato, non ci sarà nessun verdetto.

In questo mese, densi per il pugilato italiano, altri due italiani hanno provato a prendersi qualcosa in casa d’altri: Etinosa Oliha, a Dublino. E  Michael Magnesi  a Southampton.

A Morello, a noi stessi, al movimento italiano, auguriamo un esito ovviamente diverso.

Milleduecento chilometri

Nel novembre del 2024 aveva detto di sentirsi ormai più Morello da Bergamo, la città dove vive da dieci anni. Della Calabria aveva parlato come di uno dei posti meno realizzati d’Italia, e aveva descritto la frustrazione di chi ama il proprio paese e ogni tanto deve vergognarsi di nominarlo.

Ad agosto del 2026 ha caricato la macchina e ha fatto milleduecento chilometri per tornare a Fuscaldo Marina a preparare il match.

Ha dato due ragioni. Una pratica, e una che ha chiamato romantica: che tutto è cominciato lì, e che voleva che la cosa più importante della sua vita ripartisse dallo stesso posto. Ha detto che agosto, per lui, è Fuscaldo. Ha usato la parola malinconia. E ha chiamato quel paese casa mia.

C’è una canzone del Sud, salentina e non calabrese, che si intitola «Le radici ca tieni». Parla esattamente di questo.

E c’è un accostamento che nelle fonti non sta da nessuna parte, quindi vale per quello che è, cioè una lettura di chi scrive: un uomo di mare che sta dalla parte scomoda per mestiere, e che si porta dietro due terre senza appartenere del tutto a nessuna, è materiale che Fabrizio De André – a cui si ispira il nome di questa rivista,nda– avrebbe riconosciuto al primo sguardo.

Manca una vittoria, il coronamento d’un sogno per essere, appunto, un’ anima salva.

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*Articolo aggiornato a sabato 15 agosto 2026