Sua madre lavorava ad Asti. Quando quel lavoro è finito, è tornata a Torino. Etinosa Oliha aveva sedici anni. Ad Asti c’era la palestra, e nella palestra c’era il maestro. Ha detto che restava.

È rimasto lì. Ci vive ancora adesso.

La promessa fatta in terza media

Nasce a Torino il 13 giugno 1998, ultimo di quattro figli: un fratello e due sorelle più grandi. I genitori sono arrivati dalla Nigeria. A cinque anni la famiglia si sposta ad Asti, e lui ci cresce al parco, con dei ragazzi che frequenta ancora oggi, gli stessi delle elementari.

All’esame di terza media fa una promessa a una professoressa. Due cose: che sarebbe diventato un pugile di livello, e che avrebbe preso la cittadinanza italiana.

Aveva appena cominciato a tirare di boxe. A Mola TV, anni dopo, ha spiegato quel momento con una frase sola: sognava in grande, e a quello che diceva ci credeva.

Per la legge italiana, un bambino che nasce in Italia da genitori stranieri non è italiano. Lo può diventare a diciotto anni, se dimostra di aver vissuto qui senza interruzioni dalla nascita e se lo chiede entro l’anno successivo. Fino a quel giorno è uno straniero nato a Torino.

Lui la racconta così: anche se era nato qui, doveva per forza aspettare la maggiore età.

Gli anni in cui non poteva essere convocato

Finché non ha avuto la cittadinanza, per la nazionale italiana non esisteva.

Nessuna convocazione, nessuna trasferta, nemmeno gli sparring. Ha detto che gli sarebbe piaciuto misurarsi con i pugili italiani della sua categoria, non solo nei match ma anche solo in palestra, ed eventualmente combattere per l’Italia fuori dall’Italia.

Alla domanda se in quegli anni provasse rabbia, non ha risposto sì. Ha detto che gli sarebbe piaciuto, e che non essendoci riuscito ha deciso di andarsi a costruire da solo quell’esperienza, all’estero.

Il sogno olimpico, dice, c’è stato a metà.

Etinosa Oliha ha compiuto diciotto anni nel giugno del 2016. Nello stesso periodo era campione italiano giovanile di pugilato.

Sport in piazza e l’amore di una vita

Prima aveva provato il calcio e il judo. Non gli erano rimasti addosso.

Poi c’è stata una giornata che ad Asti si chiama «Sport in piazza», in cui le società sportive della città si presentano tutte insieme: basket, judo, karate. Lui ha quattordici anni e passa di lì.

Prova a tirare due pugni al sacco. Gli piace. Gli dicono di passare in palestra, e da quel giorno non ha più smesso di allenarsi.

C’è la Skull Boxe Canavesana. C’è Davide Greguoldo.

Greguoldo è un maestro anomalo: non ha mai tirato di boxe in vita sua. Ha imparato a insegnarla studiando, e stando fuori dall’Italia per mesi interi, soprattutto negli Stati Uniti.

Alla vigilia del titolo italiano, nel 2020, Il Sussidiario gli chiese quanto contasse quell’uomo. Rispose che contava tanto, perché era stato lui a costruirlo come pugile, a formarlo.

A Mola TV ha aggiunto la parte che non riguarda il ring: che Greguoldo lo ha reso quello che è oggi come persona, oltre che come tecnico. E ha precisato una cosa che nel pugilato capita di rado: con lui ha cominciato e non ne ha mai avuti altri.

Sulla boxe di quegli anni ha detto anche che lo teneva lontano dalle strade. Dopo la scuola l’obiettivo era allenarsi e poi tornare a casa.

Quattordici anni dopo quella giornata in piazza, è ancora Greguoldo nell’angolo.

Settantadue chili

I pesi medi sono la categoria fino a 72,574 chilogrammi, centosessanta libbre. È la categoria di Monzón, di Hagler, di Golovkin, e in Italia è la categoria di Nino Benvenuti.

Oliha è alto 185 centimetri e combatte in guardia destra.

Si allena dal lunedì al sabato, due volte al giorno, alternando la parte atletica al lavoro tecnico e tattico con Greguoldo. Lo ha raccontato lui stesso in un’intervista a Combat Arena, dove ha aggiunto una cosa che i pugili dicono di rado: che la parte più sottovalutata dell’allenamento è quella con gli attrezzi, il double end bag, la sparbar, la palla veloce, perché è lì che si lavora sui riflessi e sulla reattività.

Guarda i vecchi incontri di Ali, di Tyson, di Mayweather. Alla domanda su chi lo abbia ispirato ha risposto con due nomi: Floyd Mayweather, e Nourdine Hassan, un suo compagno di palestra.

Di Mayweather, nel 2020, disse che era bravo in difesa e in attacco, un pugile completo. E poi aggiunse: «È un grande pugile, ma io voglio fare ancora meglio di lui».

A Mola TV, però, ha spiegato che quello che gli piace di Mayweather non è solo lo stile. È che si è ritirato in buone condizioni, di testa e di corpo. Poi ha riconosciuto che il suo modo di combattere con quello non c’entra niente.

Su come combatte, la cosa più utile l’ha detta lui, e non si è nascosto dietro niente.

Il suo pregio migliore dentro il ring, ha risposto a Mola TV, è l’esplosività nei colpi. E la forza.

Il difetto, quello su cui sta lavorando, è la difesa. Ha ammesso che a volte resta scoperto e che incassa più del necessario.

La stessa cosa, vista da fuori, la disse Greguoldo nel marzo del 2025 spiegando a BoxeRingWeb come avrebbero preparato l’americano Kyrone Davis: un guardia normale, più esperto, con un ottimo jab, e sulla carta meno potente di Oliha.

Da junior combatteva nei welter. È salito ai medi crescendo, e dice di trovarcisi bene. Se dovesse presentarsi la possibilità di un titolo nella categoria sotto, però, lo farebbe: il nutrizionista che lo segue gli ha detto che è fattibile.

Undici incontri per il tricolore

Passa professionista nel 2018.

L’11 febbraio 2020, al Pala Errebi di Asti, batte Carlo De Novellis e diventa campione italiano dei pesi medi. Era il suo undicesimo incontro da professionista.

Alla vigilia, all’unica domanda che conta, aveva risposto in cinque parole: non lo temo, sono pronto.

Da dilettante aveva chiuso con una sessantina di incontri: quarantacinque vittorie, dodici sconfitte, due o tre pareggi a seconda di chi conta. E l’oro ai campionati italiani.

Il tornio, poi i cavi, poi due ore la sera

Prima di vivere di boxe ha fatto il tornitore. Poi l’elettricista.

Si allenava una volta al giorno, due ore la sera, quando finiva di lavorare. Poi tornava a casa, dormiva, e la mattina dopo ricominciava.

Oggi si allena la mattina e la sera, quattro o cinque ore al giorno.

In mezzo, c’è stato il momento in cui ha pensato di smettere. Lo ha raccontato a Mola TV senza drammi e senza fare nomi: in Italia è difficile vivere solo di pugilato, e a lui, per un motivo o per l’altro, si sono chiuse tante porte.

Non ha mollato perché, dice, sapeva che prima o poi sarebbe diventato campione del mondo.

La stessa cosa, a Combat Arena, l’ha detta in termini di paghe, ed è la frase più politica che gli abbiamo trovato addosso: non parla di razza né di bandiere, parla di soldi.

«La vita del pugile professionista in Italia non è facile, soprattutto perché il pugilato non è uno sport valorizzato come magari il calcio. Rispetto all’impegno che dedica, il pugile non è mai sufficientemente ricompensato».

Un contratto per farlo diventare un mestiere

Alla fine del 2021 firma con il manager americano Armin Van Damme della City Athletic Boxing, in co-gestione con Mario Loreni della Promo Boxe. Il contratto gli dà uno stipendio e la possibilità di allenarsi e combattere negli Stati Uniti.

Negli Stati Uniti fa sparring con Caleb Plant e con Badou Jack, due che i titoli mondiali li avevano vinti davvero. Ha detto che gli hanno insegnato il pugilato, e che il guadagno non è stato solo tecnico: dopo aver tirato con gente di quel calibro, quando sali su un ring contro un altro, sei più tranquillo.

Nel dicembre del 2022 firma un contratto pluriennale con la AGON Sports and Events di Berlino, del promoter Ingo Wolkman.

A Mola TV, sul punto, è stato asciutto: sono loro che gli permettono di fare questo come lavoro.

Da lì in avanti combatte sempre in Germania. Wuppertal, Rietberg, Falkensee, Berlino, Berlino ancora. Sette incontri, nessuno in Italia.

I suoi genitori erano venuti in Italia per lavorare. Lui, per lavorare, dall’Italia deve uscire ogni volta.

Un altro figlio di emigrati che si è portato addosso due paesi lo abbiamo raccontato qui: Oscar Bonavena.

L’allenamento, però, continua a farlo ad Asti.

La cintura che era stata di Golovkin

Il 1º luglio 2023, alla Unihalle di Wuppertal, affronta il cileno Julio Álamos. In programma c’è il titolo IBO Intercontinentale.

Poi Gennady Golovkin, che quella cintura mondiale l’aveva tenuta per dieci anni, ci rinuncia. L’incontro viene riclassificato: quella sera si combatte per il mondiale IBO.

Al peso Oliha segna 72,1 chilogrammi, Álamos 72,3.

Álamos è imbattuto in sedici incontri, si muove molto e ha le braccia lunghe. Greguoldo aveva preparato la cosa a Maiorca, nella palestra dell’Agon, scegliendo sparring alti apposta: cardio in montagna, poi forza e condizionamento, e nelle ultime settimane ore di tecnica. Disse a BoxeRingWeb che sarebbero andati a cercarlo, ma che molto sarebbe dipeso da come si muoveva. E che avevano pronto anche un piano B.

Alla vigilia era teso. Aveva cominciato a prepararsi per un intercontinentale e si è ritrovato a combattere per un mondiale: era contento, ha detto, ma anche un po’ sotto pressione, perché non sapeva quando gli sarebbe ricapitata un’occasione così.

Oliha vince ai punti. È il primo pugile italiano a tenere quella cintura.

Di quella sera ha detto che si sentiva bene, che aveva messo i colpi più decisivi e aperto una ferita all’avversario, e che era certo di aver vinto.

Nell’aprile del 2024, a Falkensee, batte Ismael Seck e prende il titolo IBF International. A settembre, a Berlino, ferma il russo Alexander Pavlov alla terza ripresa.

Diventa il numero due della classifica IBF. Manca un incontro solo.

Le gocce negli occhi

Nella notte tra il 19 e il 20 luglio 2025, a Frisco, in Texas, deve affrontare lo statunitense Austin Williams. Chi vince va a sfidare il campione del mondo.

Sono in America da giorni. Gli sparring sono andati bene.

Alle visite, al primo controllo oculistico, non trovano niente. Al secondo, quando gli mettono le gocce, viene fuori: una lesione alla retina dell’occhio sinistro.

Non lo autorizzano a combattere.

Il medico spiega a Greguoldo di aver già visto una lesione così, in un altro pugile. Quello non si volle operare, e perse l’occhio.

Lo operano al laser la mattina stessa.

Greguoldo lo raccontò alla Gazzetta dello Sport con le parole di uno ancora incredulo: nessuna avvisaglia, erano arrivati a posto, erano davvero ben preparati.

Tornare

Il 12 settembre 2025, a Berlino, torna sul ring contro il croato Ivan Njegac, che di incontri ne ha vinti diciannove e persi trentatré. Sei riprese, un test per vedere se il corpo rispondeva.

Lo ferma prima del limite.

Nel frattempo il campione del mondo IBF, il kazako Janibek Alimkhanuly, risulta positivo a un controllo antidoping. La cintura resta libera, e la federazione decide che se la giochino i primi due della classifica.

L’uomo che chiamano il Silenziatore

Al 3Arena di Dublino, sabato, dall’altra parte ci sarà Aaron McKenna, ventisei anni, di Smithborough, contea di Monaghan.

McKenna è 20-0, con dieci vittorie prima del limite. Lo allena suo padre, Fergal. Negli Stati Uniti, dove vive, lo aveva allenato Freddie Roach. Da dilettante ha fatto centosessantuno incontri con nove sconfitte, otto volte campione nazionale, cinque volte capitano dell’Irlanda. Nell’aprile del 2025, allo stadio del Tottenham, ha battuto nettamente l’ex campione del mondo Liam Smith.

È alto quanto Oliha, ma ha le braccia più lunghe di sei centimetri: 191 contro 185. Combatte in casa sua.

Nessuno dei due ha il colpo che chiude gli incontri. È probabile che si combattano tutte e dodici le riprese, e in quel caso i cartellini li scrivono tre giudici seduti dentro un palazzetto dove tifano tutti per l’altro.

I bookmaker danno Oliha sfavorito.

Il suo record, alla vigilia, è ventidue incontri e ventidue vittorie, dieci delle quali prima del limite.

L’Italia non ha un campione del mondo da più di dieci anni: l’ultimo è stato Giovanni De Carolis, nel 2016.

La preparazione l’hanno fatta in Spagna. Lo ha detto lui, e nel dirlo ha precisato che stavolta cambiavano: «Questa volta la preparazione la faremo a Granada, non in Bulgaria».

Bulgaria, Maiorca, Sierra Nevada, Granada. Wuppertal, Rietberg, Falkensee, Berlino, e adesso Dublino. La palestra dove torna quando ha finito è sempre quella di Asti, con dentro lo stesso uomo che non ha mai combattuto in vita sua.

Alla domanda su chi, nella sua categoria, sia l’uomo da battere, ha fatto un nome solo: Charlo. E ha aggiunto che con lui, di esperienza, gliene servirebbe ancora parecchia.

Chi conta davvero

Gli hanno chiesto chi sia stata la persona più importante della sua vita, fuori dal ring.

Ha risposto sua madre. Che lo ha sempre aiutato e sostenuto nel suo sport, e che è lei ad avergli dato la forza e la motivazione per andare avanti.

È la stessa donna che dieci anni fa ha preso il treno per Torino mentre lui restava ad Asti.

Tredici giugno 2048

In quell’intervista, alla fine, gli hanno chiesto di immaginarsi il giorno dei suoi cinquant’anni, davanti alla torta, e di dire che persona sarebbe stato.

Ha risposto che vorrebbe essere una persona in ottima salute. Poi ha spiegato cosa intendeva, e lo ha fatto con le parole più piane che aveva: finire la carriera senza danni, riuscire a fare una conversazione, camminare sui propri piedi.

Poi ha detto che intorno a quella torta ci vede la sua famiglia. Grande, grandissima. Quanti figli non lo sa ancora.

E magari con il ricordo di quando, in una notte dublinese, è diventato Campione del mondo.

(Se vuoi scoprire come è andato a finire l’assalto al cielo di Etinosa, allora leggi questo nostro articolo post match)

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[Aggiornato il 9 agosto 2026 alle 1:04]