Il 10 ottobre, al Wintrust Arena di Chicago, Floyd Schofield III combatte per un titolo mondiale. La cintura WBA dei pesi leggeri, limite 61,235 kg, 135 libbre, è vacante da giugno. La sigla aveva già declassato Gervonta Davis a campione in ritiro temporaneo in gennaio, dopo che il pugile di Baltimora non era più tornato sul ring dal pareggio con Lamont Roach del marzo 2025, e a fine giugno ha ordinato che due contendenti se la giocassero.
[In questo pezzo, abbiamo raccontato la vita di Gervonta Davis].
Di fronte Schofield avrà il canadese Lucas Bahdi, 20-0 con 15 vittorie prima del limite, fermo anche lui da agosto 2025.
È il primo incontro mondiale per entrambi. È anche il primo incontro di Schofield in quindici mesi.
Una nascita marchiata dall’assenza
Quando è nato, a Jersey City, il 27 agosto 2002, la sua storia sarebbe stata segnata dal «senza». Senza madre, senza casa, senza certezze. I trasferimenti: dal New Jersey ad Atlanta, poi ad Austin, da cui viene il soprannome che si porta dietro, «Kid Austin». Ogni passo dell’infanzia una linea spezzata.
Aveva due anni quando sua madre lo lasciò in affidamento. Lo riprese il padre, Floyd Senior, che allora si arrangiava come rappresentante nel settore musicale. Lavori occasionali e sacrifici non sono bastati: c’è stato un tempo in cui la strada era la loro casa. Padre e figlio, senza lavoro, senza un posto dove dormire.
«Floyd mi ha salvato», dirà poi Senior, spiegando come per crescere quel bambino abbia cambiato vita. Quando trovarono un equilibrio fu la boxe a tenerli insieme. Senior andava in palestra per hobby e il figlio lo guardava in silenzio, seduto lì. Poi cominciò anche lui.
La meraviglia della boxe
A otto anni Floyd Junior ha infilato i guantoni per la prima volta. «Era tutto quello che avevo da offrirgli», ha raccontato il padre. «La boxe, passata da mio padre a me, ora a lui. Ma sapevo che aveva un dono, qualcosa che nessun altro bambino aveva.» Da dilettante ha vinto 180 incontri, e sul numero delle sconfitte le fonti non vanno d’accordo. È passato professionista nell’ottobre 2020, con un KO al primo round su Richard Esquibel.
In diciannove incontri ha vinto sempre, tredici volte prima del limite. Boxa da ortodosso ma passa in guardia mancina quando gli serve, tira a raffica, cerca il corpo, va a stare nel mezzo anche quando non dovrebbe. È andato al tappeto una volta sola, nell’undicesima ripresa contro il messicano Rene Tellez Girón, il 2 novembre 2024 a Las Vegas: un gancio sinistro dietro l’orecchio destro mentre stava vincendo largo. Si è rialzato subito e ha chiuso con i cartellini a 118-109, 116-111, 118-109, prendendosi il titolo WBA International. Suo padre, che è anche il suo maestro, lo ha sgridato per tutto l’incontro perché combatteva in maniera sconsiderata.
Da lì è arrivata la chiamata che aspettava da quando aveva otto anni: il titolo WBC dei leggeri di Shakur Stevenson, il 22 febbraio 2025 a Riad, sulla card di Beterbiev-Bivol 2. L’occasione gli era arrivata perché lo sfidante ufficiale, William Zepeda, si era fatto male a una mano. [In quest’altro racconto, puoi trovare la storia di William Zepeda]
L’incontro incominciò a incrinarsi prima. Il 13 gennaio i due Schofield non si presentarono alla conferenza stampa di Londra, e la loro spiegazione fu che Stevenson era entrato nell’appartamento di Junior e aveva rubato la pagina della firma dal suo passaporto. Poi, il 17 febbraio, il malore. R
icoverato in ospedale, dichiarato inabile a combattere dai medici del British Boxing Board of Control, che era la commissione della serata. Il padre pubblicò un video dall’ospedale sostenendo che qualcuno avesse provato a uccidere suo figlio, e accusò Stevenson o il suo angolo di averlo avvelenato. Junior chiese di sua iniziativa di essere sottoposto ai test della Voluntary Anti-Doping Association. Ventiquattr’ore dopo stava di nuovo bene.
A Riad lo sostituì l’inglese Josh Padley, che Stevenson fermò al nono round.
«Me lo aspettavo. Sapevo che il ragazzo aveva paura fin dall’inizio», disse Stevenson agli open workout. A marzo Oscar De La Hoya, che è il suo promoter, disse a The Ring di stare ancora aspettando i risultati di quei test e di non sapere come muoversi finché non li avesse avuti, e definì «molto strano» il rapporto fra padre e figlio. Non risulta che quei risultati siano mai stati resi pubblici.
L’impressionante vittoria contro Tevin Farmer
Il 28 giugno 2025, all’Honda Center di Anaheim, sulla card di Jake Paul contro Julio César Chávez Jr., ha risposto nell’unico modo che gli restava: due atterramenti e Tevin Farmer fuori in 78 secondi. Farmer è un ex campione del mondo, e in trentasette incontri non lo aveva mai fermato nessuno così.
Doveva essere il rilancio. È stata l’ultima volta che ha combattuto.
Un altro infortunio nel suo tragitto
A settembre fu annunciato per l’8 novembre a Fort Worth, in coppia con Joseph «JoJo» Diaz, sotto Vergil Ortiz-Erickson Lubin. Il 23 ottobre si ritirò per una distorsione di secondo grado al polso, come disse il comunicato di Golden Boy. «Mi stavo preparando per un incontro e nell’ultima sessione di sparring tiravo a tutta potenza, e mi sono fatto male alla mano», ha spiegato lui a FightHype.
Il padre ritenne che fosse troppo rischioso farlo salire in quelle condizioni. Da allora l’unica cosa che ha prodotto sono litigi sui social, con Devin Haney in ottobre e con l’angolo di Abdullah Mason a marzo. The Ring, nella sua scheda, lo chiama «Mr. No-Show».
Il resto l’ha fatto la burocrazia delle sigle. A gennaio Gervonta Davis viene messo in aspettativa, il 26 giugno la WBA dichiara vacante la cintura e ordina Schofield-Bahdi, il 12 agosto ordina l’asta delle borse, il 27 agosto Golden Boy e Most Valuable Promotions annunciano Chicago, il 18 settembre i due firmano.
Nel frattempo, a marzo, Schofield aveva raccontato di aver preparato un camp per un incontro mondiale che poi non c’era più, e che il suo team stava valutando di forzare la mano alle sigle.
Il futuro dopo Bahdi
Quello che dice sono i nomi che vuole. William Zepeda, per unificare. E Davis, se tornasse a reclamare quello che ha lasciato: «Non ho problemi, è il cosiddetto uomo nero.»
Di fronte, a Chicago, ha uno che al titolo ci è arrivato al contrario.
Lucas Bahdi, di Niagara Falls, Ontario, nel luglio 2024 perdeva tutte e cinque le riprese contro Ashton Sylve prima di metterlo a dormire alla sesta, e nell’agosto 2025 ha battuto ai punti l’ex campione del mondo Roger Gutiérrez in un’eliminatoria WBA, mandandolo al tappeto al sesto. Poi ha aspettato quattordici mesi che qualcuno gli dicesse quando
Partire dal niente, prendersi il mondo
Il ragazzo che a due anni fu lasciato, e che a otto trovò l’unica cosa che suo padre aveva da dargli, sale sul ring a ventiquattro anni con diciannove vittorie e nessuna sconfitta. Dal giorno del ricovero di Riad ha combattuto per 78 secondi in tutto. Nella notte italiana fra sabato 10 e domenica 11 ottobre, chi è partito dal niente può diventare campione del mondo.
Il sabato mattina mandiamo i cinque pezzi migliori della settimana. Si chiama la posta della rivista.

Matteo Ferazzoli è giornalista pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio (tessera n. 170928). Ha scritto per: Ultima Voce, il Messaggero, l’Inchiesta, Io Gioco Pulito e altre testate locali e nazionali. Ha pubblicato il romanzo “Buio sopra il sole” e diversi racconti per Urbone Publishing. Fondatore e direttore responsabile di «Essere, rivista di boxe e anime salve», racconta il pugilato come lente su storie di classe, migrazione e riscatto.
