Sul muro del circolo sportivo dove si è preparato William Zepeda c’è scritto: «En tu comunidad nada es imposible».
Siamo a Jiquipilco, altopiano dello Stato del Messico. Qui il pugile messicano ha passato le settimane prima del match più importante della sua carriera, ad allenarsi in altura con Jay «Panda» Najar e Carlos Duarte.
A Jiquipilco si conoscono tutti. Se qualcuno del ritiro entra in un negozio e compra qualcosa che non dovrebbe, cibo spazzatura, una cosa fuori dalla dieta, la voce arriva in palestra prima di lui.
Sono le venditrici anziane a farla girare. Sanno perché quei ragazzi sono lì, e sanno cosa serve per arrivare in fondo.
Najar, che lo allena da quando ha cominciato, riassume il metodo in una frase sola: se non hai disciplina, non hai niente, e non sei niente.
Tredici mesi per rigenerare la propria anima
Il 12 luglio 2025, al Louis Armstrong Stadium di New York, Zepeda aveva perso il suo primo incontro da professionista. Ai punti, all’unanimità, contro Shakur Stevenson, per il titolo mondiale WBC dei leggeri.
Trentatré vittorie e una sconfitta. La prima in dieci anni.
Poi si è fermato. Ha smesso di combattere per rimettere insieme il corpo e la testa, e per più di un anno nessuno lo ha visto su un ring.
Non è una pausa che possano permettersi tutti. Chi ha raccontato di anni di silenzio in questa rivista, di pugili che ad un certo punto hanno detto: ora mi riprendo il tempo, come la storia di Errol Spence Jr., sa che dietro quei mesi c’è quasi sempre qualcosa che non si vede.
Le origini di Zepeda nel paese delle scarpe
Zepeda è nato il 4 giugno 1996 a San Mateo Atenco, nella valle di Toluca, e ci vive ancora.
San Mateo Atenco è il paese delle scarpe. Si fanno lì dal 1914, in laboratori familiari, e per decenni si sono fatte a mano, con la pelle di bue e di maiale e le suole naturali.
Alla fine degli anni Ottanta, racconta un produttore del posto, tutto quello che si produceva un giorno era già venduto il giorno dopo.
Suo padre e sua madre fanno le scarpe. Le hanno fatte sempre. Il padre, Luis Manuel «Pariente» Zepeda, sta nel suo angolo.
Prima del debutto da professionista, nel 2015, l’allenatore gli chiese che soprannome mettergli. Le proposte erano due: «el zurdo de oro», il mancino d’oro, oppure «el zapaterito», il piccolo calzolaio, per via del paese da cui veniva. Lui rispose che tutti lo chiamavano già Camarón, il gambero, e Camarón è rimasto.
Poi sono arrivate le scarpe cinesi. Il turbo capitalismo ad uccidere un’altra identità sociale. Un paio di scarpe fatto a San Mateo Atenco costa circa 800 pesos, uno arrivato dalla Cina ne costava 400: la gente prende il secondo, e dura due o tre volte che lo metti.
Dieci anni fa nel municipio c’erano circa 1.200 produttori. Oggi ne restano attivi 500. Prima, ogni laboratorio dava lavoro ad almeno cinque persone, adesso molti tirano avanti con la sola famiglia dentro. Su dieci paia vendute lì, otto arrivano da fuori.
Nel 2024 la Cina ha coperto il 41,5 per cento delle importazioni messicane di calzature. Dal 2018 il settore, in tutto il Messico, ha perso più di 22.000 posti di lavoro diretti.
L’acqua che se ne è andata e quella che torna
Prima delle scarpe, lì si pescava.
San Mateo Atenco stava in mezzo alle paludi, ai canali e al fiume Lerma, e per secoli si è vissuto di pesca, agricoltura e allevamento.
Nel 1942 lo Stato messicano comincia a portare via l’acqua dell’Alto Lerma. La incanala, la fa passare sotto la Sierra de las Cruces e la manda a Città del Messico, dove serve per far crescere la capitale.
L’opera viene inaugurata nel 1951, e nel frattempo le lagune si prosciugano.
Chi viveva sulle rive deve inventarsi un altro mestiere. Nel 1961 gli abitanti di Almoloya del Río videro sparire gli ultimi resti della loro laguna.
Gli studi universitari su quella zona lo scrivono in una lingua che non lascia scampo: l’acqua smette di essere un bene d’uso per la vita locale e diventa una materia prima per l’industria e per la città.
I vecchi comuneros vengono espropriati e proletarizzati.
Il Lerma, oggi, è uno dei fiumi più inquinati del Messico. Un quotidiano nazionale lo ha definito biologicamente morto.
E l’acqua, adesso, torna. San Mateo Atenco ha 7,1 chilometri di riva sul fiume e si allaga ogni anno tra giugno e settembre, perché riceve le acque piovane dei municipi vicini, che stanno più in alto e le mandano giù.
Nel 2025 sono state danneggiate le case di oltre 120 famiglie.
Una ricerca sulle inondazioni del municipio ha sovrapposto le mappe: le zone che finiscono sott’acqua sono le stesse dove le case sono meno solide, i servizi più scarsi, i redditi più bassi e la scuola più corta.
[I pugili che si allenano in una città dove il lavoro sta finendo li ha raccontati Leonard Gardner in Città amara, romanzo del 1969 ambientato fra i braccianti di Stockton].
Novantuno colpi a ripresa
È tutto questa roba qui che ha forgiato l’animo del nuovo campione. Solido, resistente come il grafene.
Zepeda combatte da mancino, e ha un solo modo di combattere: andare avanti e tirare.
Secondo CompuBox tira in media 91,3 colpi per ripresa. È il dato più alto di qualunque pugile in attività, in qualunque categoria di peso del mondo. Ne manda a segno 31,1: anche questo è il massimo assoluto.
Il 29 ottobre 2022, contro Joseph «JoJo» Diaz, ha stabilito tre record di tutti i tempi per i pesi leggeri: 1.536 colpi tirati in un incontro, 787 jab tentati, 89 jab tentati in una sola ripresa, la seconda.
In quell’incontro ha tenuto una media di 128 colpi a ripresa contro i 50,6 dell’avversario.
Fa lo stesso gesto migliaia di volte, per dodici riprese. Come in bottega.
Il primo titolo ad incoronare chi viene dal nulla
Il 1º agosto 2026, al Theater del Virgin Hotels di Las Vegas, davanti aveva Lamont Roach e una cintura che non era di nessuno: il WBC dei leggeri, vacante da quando era stato tolto a Stevenson.
Ha fatto quello che sa fare. Pressione dal primo minuto, e dalla terza ripresa il lavoro al corpo. Roach si è preso la sesta, poi il conto delle mani ha ripreso a pendere da una parte sola.
117-111, 117-111, 118-110. Zepeda è 34-1, con ventisette vittorie prima del limite, ed è campione del mondo a trent’anni.
Dell’anello forgiato appositamente, oltre la cintura in palio quella notte, avevamo scritto qui: l’anello del WBC.
Quando a William Zepeda hanno messa in vita la nuova cintura appena conquistata, aveva gli occhi lucidi. Intorno a lui, nell’angolo, avevano tutti la stessa faccia.
Non è la faccia di chi ha vinto una serata. È quella di chi ha aspettato undici anni.
L’altro muro
A Jiquipilco, sull’altro muro, c’è scritto: «Jiquipilco, es el tiempo de la gente». O meglio, ora è il tempo di William Zepeda e, se ci pensate, è forse la stessa cosa.
Tutti i prossimi incontri sul nostro Calendario.

Matteo Ferazzoli è giornalista pubblicista, iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio (tessera n. 170928). Ha scritto per: Ultima Voce, il Messaggero, l’Inchiesta, Io Gioco Pulito e altre testate locali e nazionali. Ha pubblicato il romanzo “Buio sopra il sole” e diversi racconti per Urbone Publishing. Fondatore e direttore responsabile di «Essere, rivista di boxe e anime salve», racconta il pugilato come lente su storie di classe, migrazione e riscatto.


