Nell’archivio dell’Istituto Luce, del match del 24 giugno 1928 manca un pezzo.

Il filmato si interrompe oltre la metà della quindicesima e ultima ripresa. Mentre l’incontro sta ancora succedendo.

Manca il finale. E manca il momento in cui l’arbitro alza il braccio a Leone Jacovacci, vincitore e appena proclamato nuovo campione.

La sera

Lo Stadio Nazionale di Roma, dove oggi sorge il Flaminio, ha dentro circa quarantamila persone.

L’incontro va in onda in diretta, e la radio è ancora una novità: la prima radiocronaca sportiva italiana era arrivata l’anno prima dall’ippodromo di San Siro, e quella del calcio soltanto tre mesi prima, il 25 marzo, dentro quello stesso impianto romano.

In prima fila ci sono le autorità fasciste. Si parla di Italo Balbo e Giuseppe Bottai, e viene segnalato uno che manca.

Mussolini non c’è.

Sul ring due italiani. Da una parte Mario Bosisio, milanese, biondo, tecnico, tesserato e frequentatore di gerarchi, soprannominato il toro fascista. Due mesi prima era diventato campione europeo dei pesi medi, e quella sera mette in palio anche quel titolo, oltre a quello italiano.

Dall’altra Leone Jacovacci, nato in Africa da padre romano e madre africana, cresciuto in Italia, seppur girando diverse nazioni, e che a Roma chiamano «er nero de Roma».

Vince Jacovacci, ai punti, dopo quindici riprese.

Secondo la ricostruzione di BoxeRingWeb è il quarto italiano a diventare campione d’Europa, e il primo italiano di colore a vincere un titolo sportivo in qualunque disciplina. Nella ricostruzione di Mauro Valeri è anche il secondo campione europeo nero della storia, dopo Battling Siki.

Per lui viene coniata una canzoncina in romanesco: «Non t’arrabbiar Bosisio, se Jacovacci te rompe il viso». La seconda strofa minaccia di rimandarlo a casa con le ossa rotte.

Una folla romana che adotta un uomo nato in Africa, e lo fa nella propria lingua.

Il giorno dopo

Alcuni giornali escono con un pezzo in prima pagina: un nero non può rappresentare l’Italia.

Il 26 giugno alcuni cronisti, mettono per iscritto la stessa cosa. Dovendo scegliere l’uomo che rappresentasse il Paese all’estero, avrebbe preferito il bianco Bosisio al nero Jacovacci.

Poi le immagini della premiazione spariscono dai cinegiornali. Bosisio gira l’Italia commentando il filmato del match: secondo Saccucci, presumibilmente già tagliato.

Di quella sera una fotografia è riemersa: Jacovacci sul ring, con il mazzo di fiori del campione europeo.

Del braccio alzato dall’arbitro, no.

Come si scriveva di boxe in Italia in quegli anni si vede bene in La ballata del pugile suonato di Gianni Brera.

Chi lo ha riportato alla luce

Ci sono voluti un sociologo e un professore di liceo, e più di settant’anni.

Il sociologo è Mauro Valeri, tra i maggiori studiosi italiani del razzismo, che ha lavorato sei anni tra fotografie, articoli e testimonianze dirette e ne ha ricavato «Nero di Roma. Storia di Leone Jacovacci, l’invincibile mulatto italico», Palombi Editore, Roma 2008, 427 pagine più dieci carte di tavole. Valeri è morto nel 2019.

Il professore è Tony Saccucci, che insegna storia e filosofia al liceo Mamiani di Roma. Dal libro di Valeri ha tratto il documentario «Il pugile del Duce», prodotto e distribuito dall’Istituto Luce, uscito nelle sale il 21 marzo 2017, giornata internazionale contro il razzismo. Ha vinto un Nastro d’Argento, e della vicenda si sono occupati il Times e Christiane Amanpour sulla CNN.

Della vita di Jacovacci prima e dopo quella sera restiamo debitori a quel libro.

Un altro pugile che portò dentro il ring una cosa che al potere non piaceva lo abbiamo raccontato qui: la storia di Oscar Bonavena.

Quella sera quarantamila persone videro l’arbitro alzargli il braccio.

Nessun altro, da allora, ha mai potuto vederlo.

Il sabato mattina mandiamo i cinque pezzi migliori della settimana. Si chiama la posta della rivista.