Il 1º giugno 2019, al Madison Square Garden, il primo dei due ad andare a terra fu Andy Ruiz.

Terza ripresa. Un colpo di Anthony Joshua, e lui giù.

Non se lo ricorda quasi nessuno.

Si rialzò, e nella stessa ripresa mandò a terra Joshua due volte. Alla settima altre due, e l’arbitro Mike Griffin fermò tutto. I bookmaker davano Ruiz perdente tra i venticinque e i quaranta a uno.

Chi scrive gli vuole bene per quella sera. Non per le cinture: per quei sette round in cui la boxe ha smesso di essere una cosa prevedibile.

Negli ultimi dieci anni non è più capitata una cosa così astrale.

Trentadue giorni

Quella notte Ruiz non doveva nemmeno esserci.

L’avversario designato era Jarrell Miller, di Brooklyn, che a due settimane dall’annuncio fallì più test antidoping e si vide negare la licenza dalla commissione di New York.

Eddie Hearn passò due settimane a cercare un sostituto. Ruiz firmò il contratto il 30 aprile.

Combatté trentadue giorni dopo.

Sulla bilancia Joshua segnò 247,75 libbre, Ruiz 268. Il pubblico del Garden era per l’inglese.

Un posto che si chiama Imperial

Imperial, California. Muri beige, prati assetati, mezz’ora di macchina da Mexicali. Ventimila abitanti in mezzo a una delle terre più fertili degli Stati Uniti.

Nell’aprile del 2019, mentre Ruiz firmava per Joshua, l’area metropolitana di El Centro, che comprende Imperial, aveva il tasso di disoccupazione più alto di tutti gli Stati Uniti: 16,2 per cento, contro una media nazionale del 3,6.

Non era un incidente di quell’anno. La contea di Imperial ha il tasso più alto della California da trent’anni.

I braccianti agricoli sono meno di diecimila su settantaquattromila lavoratori, ed erano dodicimila nel 2017: le macchine hanno preso il resto. Il tasso di povertà, nel rapporto del 2022 sulla valle, era del 18,1 per cento.

A Westmorland e a Niland, poche migliaia di abitanti in tutto, la gente fatica a trovare verdura fresca. Attorno hanno campi a perdita d’occhio.

Uno dei datori di lavoro più grandi della zona è la polizia di frontiera. In una valle di famiglie messicane, il posto fisso è sorvegliare la linea che i padri hanno attraversato.

Adesso sotto il Salton Sea hanno trovato il litio, e c’è chi promette dodicimila posti di lavoro. Il governatore Newsom, andando a presentare il progetto, ha detto che non può rimediare agli ultimi quaranta o cinquant’anni. L’estrazione, per ora, non è arrivata.

Chi ci ha guadagnato sono le aziende agricole e i proprietari dei terreni. Chi ci ha perso è rimasto lì.

Nel giugno del 2019, mentre lui vinceva al Garden, Donald Trump minacciava dazi su tutte le merci messicane se il governo di Città del Messico non avesse fermato i migranti diretti a nord.

Ruiz festeggiò il titolo con la bandiera messicana alle spalle.

A ESPN disse che chi lo considera non messicano perché è nato negli Stati Uniti si sbaglia: suo padre e sua madre vengono da Mexicali, e lui ha combattuto per la sua gente.

Al Los Angeles Times aveva detto: «Per me sono americano e sono messicano. Vivo qui».

E che gli fa male il modo in cui certa gente parla dei messicani, quando lui sa che sono fatti di lavoro e di dedizione.

La palestra di Mexicali

Il nonno aveva una palestra di boxe a Mexicali. Ci si allenava Jorge «Maromero» Páez, che sarebbe diventato campione del mondo dei piuma.

Il padre, Andrés Ruiz Sr., faceva il muratore, poi si è messo a comprare e rivendere case.

Andy da bambino voleva giocare a baseball. Lo chiamavano Destroyer prima ancora che salisse su un ring, perché in casa rompeva tutto. Il primo incontro lo fece a sette anni, a San Diego.

Per un periodo ha lavorato nell’edilizia con il padre. Poi ha scelto.

Da dilettante ha combattuto quasi sempre in Messico, sotto un maestro cubano, Fernando Ferrer: 105 vittorie e 5 sconfitte, due ori alle Junior Olympics messicane, un titolo ai Ringside World Championships. Provò a entrare nella squadra messicana per Pechino 2008 e gli mancò un incontro.

Da professionista debuttò nel 2009, alla Plaza de Toros di Tijuana. Poi due volte a Mexicali. Solo dopo negli Stati Uniti.

È nato a nord della linea. Ha imparato a combattere a sud.

Come combatte

Un metro e ottantotto, guardia destra, apertura di braccia identica all’altezza: per un massimo, braccia corte.

Quello che ha, e che in quella categoria hanno in pochi, è la velocità di mano. Lavora a media e corta distanza, aspetta il colpo dell’altro e risponde in serie di tre o quattro, con il montante dentro la guardia.

In 38 incontri ha 35 vittorie, 22 delle quali prima del limite, 2 sconfitte e un pareggio.

Il sombrero sulla bilancia

Il 7 dicembre 2019, a Diriyah, in Arabia Saudita, si presentò al peso con la camicia addosso e un sombrero in testa. Segnò 283,7 libbre, quindici più che a New York. Joshua ne segnò 237,8.

Ruiz spiegò che li avevano fatti aspettare fino quasi alle cinque del pomeriggio, e che nel frattempo aveva fatto colazione, pranzo e cena.

Perse ai punti: 119-109, 118-110, 118-110.

Nei mesi seguenti arrivò a 310 libbre. Disse poi che aveva passato l’inverno a festeggiare. Manny Robles, il maestro con cui aveva battuto Joshua, disse in pubblico che il suo pugile non si allenava più.

Si separarono.

Andy Ruiz, quello che nessuno vede

Passò da Eddy Reynoso, il maestro di Canelo Álvarez, e il 1º maggio 2021 tornò a Carson contro Chris Arreola pesando 256 libbre. Andò a terra alla seconda ripresa. Vinse ai punti.

Il 4 settembre 2022 batté Luis Ortiz alla Crypto.com Arena di Los Angeles, ancora ai punti.

Il 3 agosto 2024, al BMO Stadium, contro quello stesso Jarrell Miller che gli aveva aperto la porta cinque anni prima, si ruppe la mano destra alla quinta ripresa. Miller mise a segno 183 colpi contro 113. I giudici scrissero 116-112 per Miller e due volte 114-114. Pareggio.

Poi, per quasi due anni, niente.

A luglio ha raccontato a Fighthype come sono andate quelle stagioni: gli interventi alla mano e alla spalla che nessuno sa, il tempo con i figli, gli investimenti con il padre. «Mi sono stancato di essere stanco», ha detto.

E ha chiamato Robles per chiedergli se potevano rimettersi insieme, e fare di nuovo la storia.

Il 4 settembre 2026

Il 4 settembre 2026, al Prudential Center di Newark, Ruiz combatte contro il polacco Damian Knyba: 201 centimetri, diciassette vittorie e una sola sconfitta, quella di gennaio contro Agit Kabayel.

(Leggi questo articolo per tutte le info su Ruiz-Knyba).

Quattro anni prima, lo stesso giorno, batteva Luis Ortiz ai punti, in un rientro non così tanto convincente.

Sull’interno del bicipite destro ha tre parole tatuate: “Hecho en México”, realizzato in Messico. Si leggono solo quando piega il braccio.

A Newark sarà la prima volta che lo piega in un incontro da quando quella mano si è rotta.

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